di Arianna Perrone
 

L’ha portata sul grande schermo Her, il film di Spike Jonze, la fascinazione dell’uomo per le macchine.
E prima di lui Blade Runner, Io Robot, Wall-e: non stiamo parlando di macchine qualunque, ma di piccoli automi dotati di un'acuta intelligenza artificiale. L'attrazione che l'essere umano prova è talmente magnetica da superare la sfera professionale, quella di supporto al lavoro, per entrare nella vita privata.

Theodore, nel film Her, intreccia il suo quotidiano a un computer il cui sistema operativo ha una voce femminile e si autoidentifica come Samantha. È dalla sua capacità empatica che egli rimane affascinato, tanto da instaurare con lei un legame affettivo. Parliamo di fiction cinematografica, certo, ma può nella nostra realtà un robot essere utilizzato come risorsa sociale?

Sostengono di sì i partecipanti al progetto VIVA, guidato da tre diverse Università tedesche, la Bielefeld University, l'Università di Augsburg e l'Università di Applied Sciences Bielefeld, associate a loro volta a tre diverse aziende di robotica, la Navel Robotics GmbH (Monaco), la Neuland Software GmbH (Augsburg) e la Visions4IT GmbH (Gauting ). Lo scopo di VIVA è la programmazione di robot abili nell'interazione sociale, che possano essere percepiti dall'uomo come un arricchimento del proprio contesto privato ??e personale.

Il progetto è finanziato con 2,67 milioni di euro da parte del Bundesministerium für Bildung und Forschung (Ministero federale dell'Istruzione e della ricerca in Germania). "Con VIVA, vogliamo andare oltre i confini raggiunti finora con i social robot", dice Claude Toussaint, coordinatrice del progetto. "È il nostro obiettivo creare una personalità vivace, che ami le persone. Ciò richiede un'interazione di competenze finemente elaborata, che attinga alle più disparate discipline."

Ma le persone sono fatte di occhi, toni di voce, espressioni facciali e gestualità. Quali aspetti umani la scienza sceglierà per rendere i robot così sensibili nell'interazione?

"È fondamentale che l'essere umano comprenda il robot con cui interagisce, sentendosi a sua volta sicuro di essere compreso da esso. Il feedback, come il contatto visivo, ad esempio, ha un ruolo importantissimo così come la connessione ad azioni precedenti ed esperienze condivise, che possano rimandare a una fiducia costruita nel tempo. Tutti questi processi richiedono un apprendimento continuo da entrambe le parti", afferma il Dr. Stefan Kopp, capo del gruppo ricerca sui Sistemi Sociali Cognitivi che, assieme al suo team, sta sviluppando l'architettura del robot e le capacità di dialogare con la voce.

Gli scienziati, racconta Kopp, testeranno le loro ricerche su Pepper, un piccolo social robot. "Ma il nostro obiettivo" continua "è sviluppare un robot diverso, progettato appositamente per generare affetto e relazioni positive".

Solo allora i robot amabili, in grado di comprendere i nostri bisogni e intuire le nostre preferenze, saranno prossimi ad affacciarsi al mondo. Ma arriveremo a considerare reali le relazioni con questi software? Magari addirittura preferibili alle relazioni umane?

"Il robot come compagno fidato nella vita quotidiana non dovrebbe, tuttavia, sostituire qualsiasi contatto umano interpersonale" racconta Friederike Eyssel, direttrice del gruppo di Psicologia Applicativa. "Dovrebbe invece favorire l'inclusione sociale tra le persone". Insieme alla sua squadra, Eyssel è responsabile della valutazione del progetto e sta già esaminando quali fattori psicologici promuovano l'accettazione dei robot e abbiano un atteggiamento positivo nei loro confronti.

Storie come quella di Theodore e Samantha in Her non saranno più relegate al mondo della fantasia. Lo spettro delle relazioni di cui siamo capaci nel prossimo futuro si allargherà a includere quelle con i robot. Ma in quanto animali sociali, non dovremmo avere troppi problemi: abbiamo tutti gli strumenti per imparare ad accogliere anche creature artificiali.