di Iacopo Barison

 

L'innovazione, spesso, può portare a binomi radicali, come nel caso di Jenny E. Sabin, l’architetto che ha unito biologia e progettazione di edifici, dando letteralmente “vita” a una relazione simbiotica fra le due discipline.

“Il design”, afferma Sabin, “sta diventando sempre più rilevante in campo scientifico, a causa dell'interesse per la modellizzazione del comportamento e dei processi biologici”.  Dalla scienza, infatti, Sabin ha ereditato concetti che poi ha applicato al design, cambiando il modo in cui si pensa di solito alla costruzione degli edifici e al ruolo dell'architetto. “In altre parole”, prosegue, “se gli edifici fossero più simili alle cellule, e quindi capaci di rispondere alle sollecitazioni ambientali, cosa accadrebbe? Si può arrivare a interagire con loro?” Sabin è convinta di sì. Come? Attraverso lo sviluppo di una tipologia particolare di “eSkin”, ad esempio, finanziato da una sovvenzione della National Science Foundation. Lavorando con lo scienziato dei materiali Shu Yang (Università della Pennsylvania), Sabin e il suo laboratorio hanno creato un polimero organico simile alle cellule umane. Il risultato è che passando una mano sull’eSkin, i sensori rilevano uno spostamento dell'intensità luminosa e il materiale cambia colore o trasparenza. E tutto questo accade senza l'uso di pigmenti, ma come semplice riflesso naturale.

Le future applicazioni di questo polimero organico potrebbero includere la facciata di un edificio, che dunque risponderebbe ai cambiamenti di luce, o la possibilità di creare trasparenze – vere e proprie finestre – assecondando la posizione del sole.

“La mia visione”, afferma Sabin, “è che architettura e corpo umano sono e saranno sempre legati in modo intrinseco. Senza l’uno, non esisterebbe l’altro. I progetti di design iniziano sempre dal corpo umano, dal rendere gli spazi il più funzionali possibile, dal creare forme che lo assecondino. In fondo è per questo che amo il mio lavoro”.