di Jacopo Cirillo

 

Un recente studio del Royal Society Open Science ha mostrato che dalla voce dei bambini di sette anni si possono prevedere il 64% delle differenze di tono negli adulti. La voce di un essere umano, dunque, può essere determinata prima della sua pubertà, prima cioè che la voce inizi a cambiare. L’argomento è molto rilevante perché il tono di voce è una delle principali caratteristiche attraverso cui si viene giudicati dai propri simili. Per esempio, chi ha un tono di voce molto acuto è spesso percepito come fastidioso, irritante; chi invece parla con voce baritonale è considerato imponente, assertivo, carismatico. Sia i maschi che le femmine, a un certo punto della loro crescita, cambiano voce: nelle ragazze si nota appena – la loro voce diminuisce solo di qualche tono – mentre nei ragazzi  il cambiamento è decisamente più radicale, spesso con un abbassamento di quasi un’intera ottava. Non è ancora chiaro il motivo di questa dinamica; probabilmente, come nelle altre specie animali, il maschio sviluppa una voce più bassa per attrarre le donne e intimidire gli altri uomini, percepiti come avversari per la conquista e l’accoppiamento.

Fisiologicamente, il suono della voce è prodotto dall’aria dei polmoni che attraversa la laringe ed esce dalla bocca. La laringe, composta da cartilagine, tende due corde vocali che vibrano al passaggio dell’aria e generano le caratteristiche proprie della voce. Negli adolescenti, la produzione di testosterone rende la cartilagine più larga e spessa e, allo stesso tempo, allunga le corde vocali del 60%, producendo frequenze più basse e, dunque, una voce più profonda.

A partire da questi dati, un gruppo di ricercatori inglesi e francesi sta cercando di dimostrare che il tono di voce potrebbe essere determinato molto prima dei sette anni: durante l’infanzia o, addirittura, già nell’utero. Per farlo, gli studiosi hanno registrato il pianto di quindici bambini francesi, sei femmine e nove maschi, dai due ai cinque mesi di vita, per poi compararli con le registrazioni degli stessi bambini a quattro o cinque anni di età. I risultati sono stati quelli attesi: i pianti dei neonati riescono ad anticipare la voce che avranno da bambini, e la voce che avranno da bambini riesce ad anticipare quella che avranno da adulti.

Ma come si sviluppano queste differenze? Probabilmente a causa dell’esposizione agli ormoni dei feti, come spiega al New York Times Nicholas Mathevon, professore all’università di Lione e uno degli autori dello studio: “nell’utero ci sono tantissime cose diverse che possono alterare e determinare la nostra vita futura, non solo da bambini ma anche da adulti”. Un ottimo indicatore della quantità di testosterone a cui un feto è sottoposto è il cosiddetto 2D:4D digit ratio che, come spiega il giornalista scientifico Carl Engelking su Discover, corrisponde al rapporto tra la lunghezza del dito indice e del dito anulare. Se l’indice è più corto dell’anulare, l’esposizione al testosterone nel grembo della madre è stata maggiore, e viceversa. I ricercatori hanno mostrato che il 2D:4D digit ratio è in correlazione diretta con le differenze vocali sia nel pianto degli infanti che nel tono dei bambini.

“Tutto questo spiega molte cose, ma non tutte”, ammette Mathevon. “Siamo solo a metà del percorso”. Effettivamente, lo studio analizzato presenta ancora alcune riserve, soprattutto legate al numero degli individui presi in considerazione: solo quindici bambini, solo francesi, con più maschi che femmine. Nel futuro, il gruppo di ricerca continuerà a battere questa strada con una composizione di infanti maggiore e più eterogenea in modo da implementare il database che renderebbe la ricerca sempre più strutturata e approfondita.