di Giulio Lepri

 

Dove nasce il pensiero? Una delle indagini più affascinanti percorse dall’uomo fin dalla notte dei tempi ruota intorno a questa domanda.

Nel corso dei secoli, ancor prima che la scienza potesse intervenire in aiuto, il pensiero si è “spostato” lungo il corpo umano; una parte precoce della filosofia greca giudicava il pensiero come parte dell’anima, situata secondo leggenda nelle ginocchia. Gli indiani d’America invece credevano che fosse il cuore il centro di elaborazione del pensiero; non a caso nel film Il Piccolo Grande Uomo di Arthur Penn, il nonno adottivo di Jack Crabb (Dustin Hoffman), autentico Navajo, descrive la sua cecità così: “I miei occhi ci vedono ancora benissimo, ma è il mio cuore a non ricevere più le immagini”.

Dopo un lungo interrogarsi, è definitivamente assunto condiviso che il pensiero nasca e si sviluppi nel cervello, eppure, nonostante gli scienziati sappiano finalmente dove volgere lo sguardo, grandi misteri si celano ancora dietro quella che è la facoltà più significativa dell’essere umano.

La ricerca ha svelato come il cervello utilizzi precise aree a seconda dello stimolo esterno ricevuto, per esempio localizzando nell’emisfero destro il centro di elaborazione degli stimoli artistici e in quello sinistro quelli logico-razionali.

Nel 2011 uno studio pubblicato sulla rivista Neuron ha dimostrato come il cervello utilizzi più sezioni nell’attuazione di un concetto, anche per i comandi più semplici come camminare o addirittura dormire.

Partendo da queste nuove scoperte, Robert Mason e Marcel Just della Carnegie Mellon University hanno elaborato un sistema per seguire non solo la nascita del pensiero ma anche il suo sviluppo, in particolare rispetto a come il cervello apprenda le leggi della fisica.

Utilizzando un campione di studenti universitari della Facoltà di fisica, i due scienziati hanno osservato come un nuovo concetto attecchisca nel nostro intelletto e come si sviluppi nel proseguo dei mesi. Nello specifico, i ragazzi sono stati seguiti dall’inizio del corso fino all’esame finale e la valutazione ha riguardato, oltre i voti ottenuti, le modalità di introiezione a livello cerebrale e le differenze fra gli studenti più capaci e quelli più scarsi.

“Attraverso dei biomarcatori neurali – afferma Mason – è possibile tracciare il progresso delle rappresentazioni di un singolo studente nell’arco di un semestre: è possibile dunque valutare la qualità delle rappresentazioni neurali risultanti confrontandole con quelle di studenti precedentemente riusciti e con le rappresentazioni degli istruttori”.

Questo studio è valso una borsa di ricerca del valore di 549.000 dollari emessa dalla NSF (National Science Foundation), grazie alla quale Mason e Just potranno continuare il loro esperimento.

Lo scopo della ricerca non è però solo studiare l’evoluzione del pensiero, ma anche quello di stabilire una correlazione fra apprendimento e mansioni svolte, così da capire se sia possibile insegnare dei concetti in modo più efficace per il cervello umano.

“I nostri cervelli che sono stati progettati decine di migliaia di anni fa”, ha affermato Just, “ora possono apprendere nuovi concetti di fisica con sistemi di riproposizione del cervello, originariamente sviluppati per elaborare informazioni sul nostro ambiente. Le principali dimensioni sottostanti alla rappresentazione, come la frequenza e il flusso di energia, descrivono le informazioni che l'umanità sta elaborando da millenni: ciò determinerà se possiamo sfruttare le conoscenze cognitive delle neuroscienze per migliorare l'educazione scientifica”.