di Chiara Calpini

 

Per la prima volta uno studio conferma scientificamente ciò che chi possiede questo tipo di animale da compagnia sa già: i pappagalli arrossiscono in volto e, proprio come gli esseri umani, lo fanno probabilmente per comunicare le proprie emozioni.

La scoperta dell’etologa francese Aline Bertin è un piccolo ma importante tassello nella ancora lacunosa comprensione della vita emotiva di questi uccelli così socievoli e intelligenti. Il gruppo di studio dei ricercatori dell’Università di Tours ha scelto cinque Ara gialloblu del Sudamerica - nome scientifico Ara ararauna - che vivono in cattività nello zoo di Beauval e ne ha osservato il comportamento, sia nell’interazione tra di loro che nel rapporto con le persone che se ne prendono cura. Il dato più sorprendente è che il rossore della pelle vicino agli occhi si è verificato solo ed esclusivamente in presenza di un rapporto diretto con il proprio allevatore. L’interazione umana crea nell’Ara uno stato emotivo alterato che si manifesta in particolare attraverso un colorito rosa o rosso delle guance e l’arruffamento delle piume sul cranio. Lo stato di avanzamento della ricerca non ha ad oggi appurato quale sia la causa, se lo stress o la semplice gioia. Quello che è inconfutabile è che i pappagalli si comportino proprio come i mammiferi, in particolare i primati, in grado di comunicare visivamente le emozioni attraverso i segnali facciali.

Secondo quanto riportato sulla rivista scientifica PLOS ONE lo studio si è concentrato nell’indagare i microsegnali facciali assunti dai pappagalli al di là delle situazioni di accoppiamento e di combattimento. Le loro reazioni sono state catalogate, sia mentre interagivano con gli allevatori sia mentre gli stessi erano presenti ma in silenzio e dando loro le spalle. Gli etologi hanno ipotizzato delle variazioni di comportamento che in effetti si è verificata: i pappagalli, pur privi dei nostri muscoli facciali, non solo arrossivano significativamente di più nella prima fase altamente interattiva ma inoltre, nella seconda fase, cercavano di attirare l’attenzione degli allevatori, richiamandoli con il becco, piegandosi per guardarli in faccia o volando su di loro. “In conclusione”, si legge nella ricerca, “sebbene si debba esercitare cautela nell'interpretazione di questi dati a causa della piccola dimensione del campione, si sostiene che l'arruffarsi delle penne in cima al capo e la variazione del colore della pelle possano essere indicatori facciali delle sensazioni soggettive degli uccelli”.  Ulteriori indagini saranno necessarie per capire meglio questo sistema di comunicazione, ma di sicuro i primi dati sono già utili per ricollocare i pappagalli fuori dall’immagine stereotipata che abbiamo di loro e, considerato che spesso vivono in cattività o come animali da compagnia, per valutare meglio il loro grado di benessere.