di Iacopo Barison


A prima vista, i ritratti della famiglia Belamy esemplificano perfettamente la vita nelle alte sfere della società francese ai tempi della Belle Époque. I lineamenti altezzosi del patriarca Le Comte De Belamy, infatti, sono incorniciati da una voluminosa parrucca bianca, mentre la moglie, La Comtesse, esprime la sua ricchezza con un variopinto vestito di seta. E poi c’è Madame De Belamy con suo figlio Edmond, un giovane dall’aria misteriosa vestito quasi completamente di nero. Eppure questa famiglia non è mai esistita. O meglio, esiste solo nella fantasia di Obvious, un collettivo artistico parigino, che l’ha concepita servendosi di un algoritmo di apprendimento automatico. In questo modo ha dato vita alla prima serie di ritratti creati dall’intelligenza artificiale, raggiungendo un traguardo storico. La vera notizia, però, è che una di queste stampe su tela verrà messa all’asta da Christie’s a fine ottobre, precisamente a New York. Il prezzo di vendita stimato si aggira fra i 7.000 e i 10.000 euro.

Com’è stato possibile? Hugo Caselles-Dupré, uno dei tre co-fondatori di Obvious, spiega che l’algoritmo è composto da due parti: il Generatore, che produce immagini basate su un set di 15.000 ritratti dipinti tra il XIV e il XX secolo, e il Discriminator, che rielabora le immagini selezionate formandone di nuove, per certi versi simili alle originali ma anche uniche e diverse. Il risultato sarà un nuovo ritratto a ogni esecuzione dell'algoritmo. “Questo”, afferma Caselles-Dupré, “riflette bene le caratteristiche della creatività umana: non creiamo mai due volte la stessa cosa”.

I ritratti della famiglia Belamy sono raffigurati in uno stile semi-realistico, con dettagli sfocati che comunicano un'impressione generale di movimento. Nell'angolo in basso a destra delle tele, la firma dell'artista è sostituita da un'equazione matematica. Eppure, questa proclamazione di paternità ha scatenato un dibattito sull'IA nel mondo dell'arte. I più scettici dubitano che le macchine possano produrre vera arte, poiché la considerano un’attività frutto unicamente del talento umano. Se un ricercatore crea un algoritmo, che a sua volta crea un ritratto, a chi è attribuibile il prodotto finale? All’uomo o alla macchina? Si tratta di un dilemma forse destinato, purtroppo o per fortuna, a rimanere irrisolto.