di Jacopo Cirillo

Il nome è ordinario, quasi banale: “F-sand”, ma le sue potenzialità sono straordinarie. Stiamo parlando di un metodo economico ed estremamente efficace per filtrare l’acqua attraverso elementi naturali come la sabbia e le piante. Il team di ricerca della Carnegie Mellon, guidata dai professori e ingegneri biomedici Bob Tilton e Todd Przybycien, ha da poco pubblicato uno studio che potrebbe essere la risposta al grave problema dell’accesso all’acqua potabile nei paesi in via di sviluppo. Oltre 2 miliardi di persone – circa il 27% della popolazione mondiale – non hanno acqua potabile. Ciò significa che una persona ogni quattro, sulla Terra, potrebbe trarre grande beneficio dalla “F-sand”. 

La co-autrice dello studio, Stephaine Velegol, ha pensato di usare le proteine della Moringa oleifera, una pianta nativa dell’India che cresce e prospera nei climi tropicali e subtropicali, soprattutto alle pendici dell’Himalaya dove gli abitanti la usano normalmente come verdura da mangiare o erba medicinale. I suoi semi vengono già utilizzati in un processo rudimentale di purificazione dell’acqua che, però, la rende potabile solo per 24 ore a causa della veloce proliferazione dei batteri. Velegol, però, è riuscita a migliorare questo sistema combinandolo con le capacità di filtraggio della sabbia e facendo aderire le proteine dei semi della Moringa oleifera alla superficie delle particelle di silice, perfezionando un processo che uccide i microorganismi prevenendone il ritorno e, alla stesso tempo, riduce la torbidità dell’acqua.

Il sistema di filtraggio è semplice anche da predisporre: alla vista infatti sembra un normale tubo pieno di sabbia; quando l’acqua scorre attraverso, i batteri muoiono e la sabbia trattiene anche la polvere e altre particelle nocive, restituendo acqua pura.

I vantaggi della “F-sand” sono molteplici e risiedono principalmente nella facilità del suo utilizzo e nella sua applicabilità in differenti climi e regioni. Parlando infatti di durezza dell’acqua, , cioè la quantità di minerali disciolti al suo interno, Tilton e Przybycien hanno scoperto che le proteine utilizzate funzionano allo stesso modo per acque dure e dolci, rendendo l’uso della “F-sand” - di fatto - universale. In più, questa particolare sabbia può essere riutilizzata nei successivi processi di purificazione e, dunque, ha costi molto bassi e permette la conservazione dei materiali nel tempo.  

Per dirla con le parole di Bob Tilton, “questa scoperta si fonda sull’idea che le tecnologie più semplici sono spesso le più efficaci”: una pianta, un po’ di sabbia e un gruppo di scienziati che vuole cambiare il mondo o, almeno, iniziare dalla sua risorsa più importante, l’acqua.