di Francesco Musolino

 

Si concentrano gli sforzi e si massimizzano gli investimenti che puntano alla conquista di Marte, passando dai film di fantascienza visionari alla realtà prossima ventura. Ma a questo punto è logico porsi una domanda fondamentale: per colonizzare il pianeta rosso, dovremo anche essere in grado di reclutare un equipaggio di umani geneticamente modificati e resistente alle radiazioni?

Il suggestivo sogno di Elon Musk – l’imprenditore sudafricano naturalizzato americano fondatore di SpaceX e Tesla – è quello di cambiare il mondo attraverso la riduzione del riscaldamento globale, tramite l'utilizzo di energie rinnovabili e stabilendo una colonia su Marte; ma, a quanto pare dovrà fare i conti con una necessità impellente. Esseri umani e animali posseggono naturalmente una certa resistenza alle radiazioni, ma il concretizzarsi delle avventure spaziali esige di far chiarezza su quale sia il limite sopportabile, e di come porvi rimedio. Del resto la Terra è protetta dalle radiazioni nocive del Sole grazie al campo magnetico, ma gli astronauti che lasciano il pianeta come faranno a sopravvivere?

Sicuramente verranno elaborate delle protezioni tecnicamente avanzate eppure, volendo pensare in grande, non è escluso che in futuro sia possibile pensare ancora più in grande. La risposta potrebbe essere proprio l’editing genetico, in grado di “costruire un nuovo tipo di difesa biologica innata per gli astronauti su missioni di lunga durata”, afferma il professor Christopher Mason, dell’istituto Weill Cornell Medicine, “affiancati da procedimenti fisici e cure farmacologiche per massimizzarne la protezione sul campo". Un punto di partenza potrebbe essere l'editing genetico realizzato su organismi come piante e batteri per adattarli ad ambienti dalle condizioni estreme, “ciò aiuterebbe sicuramente gli esseri umani nello spazio, costruendo habitat familiari e fornendo fonti sostenibili di cibo e medicine", afferma Lisa Nip, del Massachusetts Institute of Technology. Siamo di fronte ad un campo di ricerca altamente promettente ma, al tempo stesso, lontani dal punto di svolta, difatti “l’editing genetico sugli esseri umani è ad uno stadio primordiale attualmente – continua la dottoressa Nip – mancano prove della sua effettiva efficacia e ancora, entrano in gioco questioni etiche circa l’alterazione del genoma e il profitto che deriverebbe da tale pratica”. La strada è quella giusta ma, comunque vada, sarà impossibile renderci completamente immuni alle radiazioni. Il punto debole sono i nostri occhi,; d’altronde gli astronauti che sono stati esposti a livelli pericolosi di radiazione spaziale hanno dimostrato di essere molto più sensibili a una condizione clinica chiamata cataratta da radiazioni. Si tratta di una manifestazione patologica – osservata per la prima volta in un coniglio nel 1897 – facile da diagnosticare.  La causa è sconosciuta ma si pensa sia direttamente connessa alle alterazioni del DNA.

Ma la ricerca sta procedendo anche in altri campi. Ad esempio, lo scorso anno uno studio del Netherlands Cancer Institute ha identificato una classe di molecole "radioprotector", rivelatesi molto resistenti agli effetti nocivi delle radiazioni solar, però è ancora presto per trarre conclusioni. In ogni caso, non appena una spedizione umana raggiungerà Marte, è probabile che sul lungo periodo quegli individui  avranno una evoluzione genetica, tanto da poter sviluppare una tolleranza maggiore rispetto ai nativi sulla Terra. Qualche esempio? “Entro la prima generazione i nativi su Marte potrebbero rispondere alle necessità ambientali non solo sul fronte delle radiazioni – afferma il professor Mason – e visto che sul pianeta rosso la gravità è più bassa, le loro ossa probabilmente diventerebbero meno dense e sarebbero anche più alti della media terrestre”. E infine non dobbiamo sottovalutare le capacità adattative del nostro corpo posto in condizioni di sopravvivenza: “I primi umani giunti su Marte saranno capaci di attuare risposte adattive a breve termine – aggiunge Nip – come quando adeguiamo la nostra temperatura corporea in ambienti estremi. In ogni caso, non possiamo sapere se questi accorgimenti, da soli, basteranno per un primo insediamento sul pianeta Rosso”.