di Valerio Millefoglie

Nel suo ultimo libro, Ipotesi di una sconfitta, lo scrittore Giorgio Falco racconta i lavori che l’hanno reso ancora più scrittore, nel senso che l’hanno indirizzato fuori dal mondo del lavoro per entrare in quello del lavoro su di sé. Padre guidatore di autobus, il suo curriculum da figlio prende un’altra strada: operaio in una fabbrica di spillette che raffigurano cantanti pop, venditore di scope prodotte in Jugoslavia mentre in Jugoslavia imperversa la guerra, redattore di finte lettere di risposta ai reclami dei clienti. Una serie di incredibili impieghi nei quali non si riconosceva.

Se la paura dell’uomo oggi è quella di non trovare il lavoro giusto, o di non avere proprio un impiego, c’è chi pensa invece che la tecnologia potrà aiutare a trovare lavori più umani. Una persona su cinque sente di ricoprire il ruolo sbagliato: è questo il dato emerso da una ricerca condotta da Right Management, la società di ManpowerGroup che si occupa di offrire soluzioni per la gestione delle risorse umane. Sulla base di oltre 4.600 interviste, condotte in venti diversi paesi, è venuto fuori che sono proprio le aziende che devono assumersi il compito di aiutare i dipendenti a sviluppare competenze e talenti. “Assicurarsi di avere le persone giuste nel proprio entourage è il metodo migliore per aumentare l’impegno e la produttività”, ha dichiarato Mara Swan, vice presidente esecutivo di ManpowerGroup.

Secondo i fondatori della startup Hidder, piattaforma web che mette in contatto aziende e personale, “Stiamo entrando in una nuova era del lavoro, dove le persone non sono in cerca di un impiego ma di un’opportunità. Attraverso il digital selezioniamo le persone più adeguate per le aziende più innovative del mondo. Escludendo la parte stressante della ricerca del lavoro, aiutiamo le persone a costruire carriere guidate dagli obiettivi e le imprese trovano il talento giusto”. Fra i vari servizi proposti da startup come Hidder, c’è anche quella di un assistente personale, un tutor che aiuta ogni singolo individuo non solo a vagliare il lavoro giusto ma anche l’offerta più appropriata e a negoziarla. RightCarrer, di RightManagement, altra startup del settore, parla di “talenti affamati”, che rifiutano i percorsi aziendali tradizionali per costruirsi delle carriere su misura, non cercano insomma “un posto fisso”, per la vita”, ma “una carriera per me”.

Il romanzo di Falco si apre con queste parole: “Mio padre si era trasferito da solo a Milano, aveva preso la patente grazie all’esercito, dieci anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale era diventato autista per l’Atm, da lui chiamata l’Azienda”. Quando tutte le aziende venivano vissute dai dipendenti con l’iniziale maiuscola, con deferenza, probabilmente, si faticava a dar spazio a sé stessi. Bisognerebbe inventare un’app tecnologica per scoprire il talento più profondo di ognuno, ed Espanderlo, in maiuscolo.