di Chiara Calpini

 

Forse non ci avete mai pensato, ma uno dei fattori che rendono i blue jeans tra i capi di abbigliamento più amati al mondo è il loro modo di scolorirsi. Apparentemente difettosa, la caratteristica tintura blu che scolorisce col tempo, è invece tra gli elementi che ci legano – anche emotivamente – ai nostri pantaloni preferiti, insieme alla praticità e qualità del tessuto, al suo sapersi rinnovare costantemente sia nella lavorazione (chi non ricorda i trattamenti stonewashed o delavè?) che nella forma. Quello dei jeans è un bussiness enorme. Si calcola che ogni anno vengono prodotte due miliardi di paia nel mondo. Il mercato attualmente vale 56 miliardi di dollari ed entro il 2021 raggiungerà i 59 miliardi, anche grazie al forte sviluppo in Asia e all'evoluzione tecnologica.

Ma produrre blue jeans non è sempre un bussiness “pulito”. A cominciare proprio dal processo di tintura fortemente chimico e inquinante a cui è sottoposto il tessuto denim. Per limitare ed eventualmente porre fine a questo fenomeno, un team di ricercatori dell'Università di Berkley, guidato dal professore di bioingegneria John Dueber, ha studiato il metodo per realizzare un indaco sintetizzato dai batteri molto più ecocompatibile del suo gemello chimico. Secondo lo studio, appena pubblicato sulla rivista Nature Chemical Biology, il professore Dueber e i suoi studenti sono riusciti nella loro originale impresa riproducendo in maniera “smart” un meccanismo molto antico: quello della natura.

Originalmente, il colore blu veniva ricavato in natura dalla macerazione delle foglie delle piante Indigofere, capaci di produrre il pigmento denominato indaco, un colorante che ha una storia antica e affascinante. Si narra che durante i suoi viaggi Marco Polo testimoniasse già l'utilizzo dell'indaco da parte della civiltà della valle dell'Indo, in India, luogo da cui discende probabilmente il suo nome.

Da un paio di secoli si ricorre all'indaco sintetizzato chimicamente. La prima produzione in laboratorio risale alla fine del 1800 ad opera del  chimico tedesco Adolf Von Bayer che poco dopo, nel 1905, vinse il Nobel per la Chimica grazie al suo contributo sui coloranti. Oggi di indaco ne vengono prodotte circa 40mila tonnellate all'anno. La sua sintesi sfortunatamente richiede l'utilizzo di molti composti chimici tossici, tra cui anche la formaldeide. Se provate a moltiplicare questo dato con i numeri della produzione di jeans avrete un'idea approssimativa dell'inquinamento prodotto e del consumo di acqua generato. Per realizzare un solo paio di  jeans occorrono tra gli 8 e gli 11mila litri di acqua. Le conseguenze per il nostro pianeta sono critiche. Uno dei più grandi laghi al mondo, quello d’Aral in Uzbekistan, è scomparso quando le pianure circostanti sono state coltivate a  cotone. In Cina le acque del Fiume delle Perle, culla della civiltà per millenni, sono diventate nere e tossiche a causa degli scarti chimici delle industrie tessili nell’area di Xintang, denominata “la capitale mondiale del denim”. 

La ricerca di nuovi metodi di produzione – che impieghino meno acqua e meno sostanze chimiche dannose per l'ambiente e per l'uomo – è diventata urgente. Il gruppo di ricercatori di Berkley ha analizzato il processo di sintesi dell'indaco nelle piante, ed è riuscito a replicarlo ingegnerizzando un ceppo di batteri Escherichia coli, che funziona come un laboratorio chimico, dove produrre il prezioso pigmento. In natura le foglie delle piante da cui si ricava l'indaco sono normalmente verdi, non contengono infatti il colorante blu ma un suo precursore stabile, l'indacano, che  è racchiuso in una molecola di glucosio e separato dal resto della cellula in un compartimento. Solo quando le foglie vengono danneggiate, l'indacano si libera dal suo compartimento cellulare. La molecola glucidica viene rimossa e si avvia la  trasformazione chimica che produce l'indaco. Ecco che le foglie cambiano colore da verde a blu. Il progetto di Dueber è riuscito a identificare l'enzima che nella pianta è responsabile della molecola protettiva di glucosio e ha clonato il suo gene inserendolo, insieme ad altri, in una coltura batterica dove replicare la produzione di indacano. Centinaia di litri di questi innocui batteri sono cresciuti in vasche di fermentazione, pronti a sfornare l'indacano ancora racchiuso nella sua molecola glucidica. Più tardi, un secondo enzima ha rimosso la protezione dando il via alla trasformazione in indaco. Il colore blu finale è conforme a quello ottenuto con la tintura chimica ma, diversamente da questa, è totalmente sostenibile. 

Si tratta di un processo pulito fin dall'inizio, perchè l'indaco sintetico viene prodotto normalmente a partire dal petrolio mentre, in questo caso, i batteri utilizzati si nutrono di zuccheri poco costosi. Prima della commercializzazione, alcuni aspetti necessitano di maggiore sviluppo, soprattutto per impostare il processo di tintura su una produzione a larga scala, ma le prospettive sono tra le più rosee. Anzi, tra le più verdi.