di Caterina Vasaturo

È la più profonda depressione oceanica conosciuta al mondo. L’abisso Challenger, situato a quasi undicimila metri al di sotto del livello del mare e localizzato nella fossa delle Marianne, a nord-ovest del Pacifico, è un luogo estremo, dalle caratteristiche difficilmente compatibili con la vita sia umana che animale. Ma è proprio questo ad attrarre: la sua inaccessibilità, che ha stimolato i più impavidi a tentare l’avventura dell’esplorazione, per ammirare con occhi increduli scenari dal fascino incomparabile. Il primo a tentare l’impresa è stato il capitano Don Walsh, a bordo del batiscafo Trieste, in compagnia dell’ingegner Jacques Piccard. Correva l’anno 1960. Dopo di allora, trascorrono una cinquantina d’anni, prima che la tecnologia permetta di fronteggiare, per la seconda volta, l’immensa pressione della fossa, consentendo una nuova penetrazione in questo luogo impervio. Ci riesce, nel 2012, il regista James Cameron, il primo uomo a completare un tuffo solitario a bordo del Deepsea Challenger. Undicimila metri al di sotto della superficie oceanica in appena 2 ore e 36 minuti. Un tempo da record per un eccezionale prelievo di campioni e per la ripresa in immagini dell’intera missione.

Le macchine sottomarine da ricerca hanno compiuto passi da gigante, se si pensa all’Alvin, tra i più famosi e avanzati HOV (veicolo occupato dall’uomo). Dal maggio del 1964, quando intraprese la sua prima immersione libera a 10,7 metri di profondità, si è passati, oggi, ai 4mila 400 metri. Gli HOV trasportano fino a tre persone direttamente sul fondo marino, sono costruiti per sopportare le pressioni estreme dell’oceano e sono dotati di bracci robotici per la raccolta di creature e sedimenti. Poi ci sono i ROV, i veicoli a distanza, robot collegati alla nave e manipolati da scienziati attraverso un lungo cavo. Hanno il vantaggio di permanere per lunghi periodi sul fondale. Completano il quadro gli AUV, mezzi underwater autonomi pre-programmati alla raccolta dati, e gli ibridi, che combinano le migliori caratteristiche dei citati sommergibili. Ne è prova il Nereus (autonomo/filoguidato), che il 31 maggio del 2009 ha superato il risultato del suo antenato Alvin, toccando quasi undicimila metri di profondità. Il mondo degli abissi, con i suoi misteri e segreti, tutti ancora da svelare, continua ad ammaliarci. Le testimonianze tecnologiche fanno ben sperare. Magari, un domani questi enigmatici panorami potranno essere facilmente raggiunti da tutti. E non solo con la fantasia.