L’alta montagna è un luogo sacro, puro. Un santuario consacrato alla bellezza profonda e misteriosa della natura. Un paradiso in terra che resta vicinissimo al cielo, dove luce e buio sono assoluti, dove silenzio e freddo ti avvolgono insieme, entrambi implacabili, quasi a volerti purificare, mettere alla prova, temprare. Dove a toglierti il fiato è la bellezza di ciò che vedi prima ancora della mancanza di ossigeno. E dove si viene messi alla prova nel corpo e nella mente, sfidati a ogni passo fino a ritrovare l’umiltà necessaria a tornare in armonia con la natura.

Un luogo mistico, per pochi, che come tale ha anche i suoi “sacerdoti”: persone animate da un amore vero, profondo, totale per la montagna, che hanno dedicato gran parte della vita ad essa, alla sua rispettosa conquista e al racconto della sua bellezza. Persone come Nives Meroi e suo marito Romano Benet, due vere e proprie leggende della scalata che, nell’arco di vent’anni, hanno conquistato fianco a fianco tutte e 14 le temibili cime sopra gli ottomila metri, prima coppia al mondo a riuscire nell’impresa.

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«Abbiamo scelto un alpinismo che preferisce togliere invece che aggiungere. Scaliamo senza bombole d’ossigeno e senza l’aiuto degli sherpa d’alta quota per non lasciare traccia, per rispettare la montagna, e per conquistare autosufficienza fisica e psicologica».
Mentre parla, gli occhi azzurri di Nives sembrano quasi illuminarsi, animati da una passione fuori dal comune.  «Per noi cordata significa alleanza - continua -  significa affrontare insieme la montagna, imparando ad accettare allo stesso modo successo e fallimento, senza mai scoraggiarsi»

Suo marito Romano le siede accanto mentre ascolta silenzioso, lasciandosi andare ogni tanto a un gesto di assenso. Fuori, il buio ha già avvolto il rifugio Fanes, situato a 2.062 metri d’altezza nel Parco naturale Fanes - Sennes e Braies (Alto Adige). E’ qui che Audi Italia ha riunito i due grandi scalatori, lo chef tristellato Norbert Niederkofler e un gruppo di giornalisti per parlare di sostenibilità e rispetto del territorio declinati nell’alpinismo, nella cucina e nella mobilità.

«Tecnicamente non esiste sostenibilità ad alta quota, perché sei sempre impattante, anche quando porti con te il minimo indispensabile e devi smaltire solo i tuoi rifiuti», chiarisce senza tanti giri di parole Romano Benet, a ricordare che scalare una montagna significa anche, in qualche modo, assumersi la responsabilità di violarla. Tuttavia c’è modo e modo: c’è l’approccio minimalista e rispettoso di coloro che, come i coniugi Benet, affrontano il gigante di pietra e ghiaccio camminando quasi in punta di piedi, armati solo di ciò che riescono a trasportare sulle proprie spalle, spesso confrontandosi con la furia degli elementi protetti solo da una tenda e un sacco a pelo. 

E poi, all’estremo opposto, c’è la minaccia crescente delle spedizioni commerciali che trasformano l’alpinismo in un giro turistico. Prendiamo ad esempio la catena dell’Himalaya, il sistema montuoso dell’Asia-Centrale il cui nome significa “dimora delle nevi” e che annovera tra le sue cime anche l’Everest.

Qui, sulla montagna più alta del mondo, è diventato fin troppo facile salire - spiegano ancora Nives e Romano -  perché la scalata è un business remunerativo in continua crescita, l’alpinista un “cliente” che paga cifre importanti per essere agevolato in tutti i modi, e la singola spedizione diventa un esercito addetti che può contare fino a 1500 persone, le quali restano sul posto anche dieci giorni, con tutte le conseguenze del caso per il delicato ecosistema.

Come si risolve il problema? Come tornare a preservare questi santuari innevati?

«Per salvare questi luoghi dobbiamo innanzitutto cambiare noi occidentali - taglia corto Nives Meroi - per esempio imparando ad accettare i nostri limiti e a lavorare duro per superarli».
Insomma, se vuoi scalare l’Everest, allora devi essere davvero disposto a fare i molti sacrifici necessari per la preparazione tecnica e fisica; devi trovare il tempo, la forza e le risorse per raggiungere il campo base con le tue sole gambe (e non in elicottero, come si usa nelle spedizioni commerciali). E poi devi salire senza l’aiuto degli sherpa professionisti, perché altrimenti diventa un po’ come partecipare alla Maratona facendosi trasportare in auto fino al trentesimo dei quarantadue chilometri previsti: si perde il senso di tutto.

Ha senso ipotizzare leggi più severe? “No!” rispondono quasi in coro Nives e Romano, perché il vero alpinismo etico e rispettoso dell’ambiente non può essere figlio di un divieto o di un’imposizione, ma deve essere il frutto di una scelta cosciente e consapevole. Forse la stessa che guida gli alpinisti lungo il loro viaggio verso l’alto, una cima dopo l’altra, alla ricerca di qualcosa che - come ci rivela infine Nives Meroi - ogni volta è nuovo e diverso.

Una spinta inesauribile per chi, come lei e suo marito, ha sogni e progetti “sufficienti per questa e per la prossima vita”.

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