di Simone Cosimi

Senza dubbio l’intelligenza artificiale può spaventarci. In molti modi, rispetto al futuro. Ma anche in maniere divertenti e creative, come nel passato. Ci pensa Shelley che già dal nome, quello dell’autrice inglese del celebre Frankenstein, sembrerebbe promettere bene in termini di brividi e orrori. Si tratta di un sistema AI sviluppato da un gruppo di ricercatori del Mit di Boston. La sua specialità? Scrivere storie horror, in particolare collaborando con gli utenti. In una sorta di creatività in crowdsourcing via social network.

Lanciato giusto in tempo per lo scorso Halloween, il meccanismo battezzato dallo Scalable Group del Media Lab del Mit è definito come “un sistema di intelligenza artificiale mosso dall’apprendimento profondo addestrato su oltre 140mila storie dell’orrore”. Curiosa anche la provenienza, di quei big data forniti in pasto all’algoritmo: sono stati infatti pescati dai contenuti pubblicati dagli utenti nel sottocanale r/nosleep della famosa piattaforma statunitense Reddit. Shelley, di fatto, si manifesta attraverso Twitter: è un account, @shelley_ai, che ogni ora posta l’incipit di una nuova, potenziale horror story seguita dall’hashtag #yourturn. Poi serve la collaborazione degli utenti, che devono aggiungere pezzi di testo a loro piacimento ma seguendo alcune regole precise. Shelley risponderà ancora, infilando un suo tassello e così via, verso un esperimento molto divertente di scrittura creativa che mescola fantasia umana e feedback artificiali.

I creatori di Shelley sono gli stessi che si nascondono dietro un altro test di questo genere, Nightmare machine, la Macchina degli incubi. Fra loro postdoc come Pinar Yanardag, a capo del gruppo, i ricercatori come Manuel Cebrian e Nick Obradovich e il docente Iyad Rahwan. Si tratta di un generatore di immagini paurose, anch’esso alimentato dall’intelligenza artificiale. Se quello era di fatto un sistema di fotoritocco automatico che lavorava sui volti e sui posti, Shelley fa un passo avanti e mette in campo la creatività assoluta, quella della scrittura. I risultati che ne escono sono infatti piuttosto bizzarri, curiosi e ovviamente inquietanti in molti sensi.

L’interesse di questi esperimenti ruota ovviamente intorno all’indagine sui limiti dell’intelligenza artificiale e del machine learning: “Shelley è una combinazione di una rete neurale ricorrente multilivello e di un algoritmo online in grado di imparare dalle reazioni delle persone nel corso del tempo – ha spiegato Yanardhag illustrando il funzionamento del suo chatbot-scrittore – più collaborazione raccoglie dagli utenti, più storie spaventose riuscirà a comporre”. Gli incipit dei testi vengono lanciati automaticamente, sulla base del data set fornito in pasto a Shelley, ma le sue risposte a chi replica sono dirette e utili ad incrementare la sua conoscenza di base.

Quando una storia è terminata, perché ha avuto uno sviluppo social soddifacente, viene archiviata nel sito dedicato al progetto. Aprendo, com’è accaduto altre volte in molti ambiti della creatività – per esempio con la pittura, fra tutti si ricorda il caso The Next Rembrandt, un algoritmo in grado di realizzare dipinti replicando perfettamente lo stile del grande maestro olandese sviluppato da Microsoft, Delft University of technology, museo Mauritshuis dell’Aja e Casa-museo di Rembrandt ad Amsterdam – il dibattito su questo nuovo genere di creazioni: possono considerarsi prodotti ed espressioni artistiche a tutti gli effetti oppure, per ciò che arriva dai sistemi artificiali, occorre individuare un’inedita categoria?

E ancora: quali sono i confini di una creatività simile? “I limiti sono teoricamente infiniti – racconta il team che ha realizzato il sistema – Shelley scrive storie di ogni genere, qualsiasi cosa è possibile”.  Gli utenti possono replicare fino a tre volte per ogni thread di discussione anche se ciascun pezzo si può numerare, dunque di fatto allungare. Una volta concluso il proprio contributo occorre sigillare l’intervento con l’hashtah #yourturn (se ve lo dimenticate, Shelley non vi considererà). Se, per esempio, si pensa che il proprio brano sia quello giusto per la conclusione della storia, lo si può corredare con l’hashtag #theend.

A scorrere i racconti che ne sono usciti c’è effettivamente da divertirsi. La concatenazione spesso fila anche se ovviamente occorre maggiore coinvolgimento degli utenti per arricchirli in modo più ampio e raffinato. Shelley a parte, l’esperimento dimostra in fondo come anche gli ambiti che toccano la creatività possano abbeverarsi alla fonte dell’intelligenza artificiale. Difficile dire se la signora Shelley sarebbe a favore di un simile sistema. Pensandoci bene, forse sì: in fondo lo stesso mostro di Frankenstein è il prototipo di una creatura artificiale, certo ancora composta di elementi umani ma di fatto ricombinati e alimentati dall’energia. Un essere realizzato in laboratorio proprio come l’AI scrittrice dei ricercatori del Mit.