Svolgono le stesse funzioni dei colleghi umani, per diversi turni di fila e con un grado di precisione superiore. Delle minacce al nostro lavoro? Più che altro, un upgrade che elimina le funzioni di routine e permette ai dipendenti di dedicarsi a compiti più gratificanti. Sono presentati così i cobot, sigla inglese che sta per robot collaborativi: automi pensati per affiancarsi ai lavoratori nelle mansioni aziendali più ripetitive e usuranti, come l'assemblaggio o il packing (l'impacchettamento). Lanciati nel 2008 dalla danese Universal Robots, oggi leader nel settore, i cobot hanno creato già un mercato da 175 milioni di dollari nel 2016 e potrebbero generare un giro d'affari da quasi 4 miliardi di dollari nel 2021. Un tasso di crescita annuo di oltre l'80% che si regge su un incrocio positivo di fattori: gli automi costano poco (anche meno di 100mila euro) e garantiscono un ritorno tangibile sulla produttività. Senza contare che le varie macchine sono connesse alla Rete e si tramutano, in parallelo, in centri mobili per la raccolta di dati utili a comprendere punti di forza e anomalie del ciclo produttivo. All'estero sono già entrati nel vivo dell'attività industriale. In Italia? Iniziano a farsi conoscere, ma i tempi di maturazione potrebbero essere lunghi.