di Caterina Vasaturo

“Non appena entra in contatto con le onde del mare e ne è sommerso, diventa un unico ammasso di pietra, impenetrabile”. L’ode è di Plinio il Vecchio e vanta le formidabili proprietà del calcestruzzo. Già nel 79 d.C. l’autore della Naturalis Historia prevedeva la longevità delle strutture portuali, che sebbene esposte all’impatto costante dell’acqua salata, diventavano ogni giorno più resistenti e impermeabili. Non esagerava affatto. Per anni gli scienziati si sono chiesti come le costruzioni di duemila anni fa potessero conservarsi solide, sconfiggendo i segni del tempo, al contrario di quelle moderne, destinate a sbriciolarsi nell’arco di qualche decennio. Il mistero è stato finalmente svelato dall’università dello Utah, e precisamente dalla geologa e geofisica Marie Jackson.

Il materiale utilizzato ha superato i vasti confini dell’Impero ed è giunto a dare lezioni agli ingegneri moderni grazie alla sua straordinaria composizione. Analizzando a fondo i porti romani con tecniche di imaging avanzato e prove spettroscopiche, la ricercatrice ha infatti scoperto che il primordiale calcestruzzo era costituito da una miscela di cenere vulcanica, calce calcarea, malta e tufo. Ma l’ingrediente magico che rende indistruttibili le antiche strutture portuali è proprio l’acqua marina: il liquido, a contatto con le minuscole particelle di rocce e minerali della cenere vulcanica, avvia un raro processo chimico e dà vita a composizioni ricche di silice, i cristalli alluminosi di tobermorite, che crescono da un altro minerale chiamato phillipsite. Questi elementi, sotto forma di armatura composta da piccole lastre, fortificano la cementazione e ne aumentano la resistenza.

Laddove il calcestruzzo moderno, destinato a corrodersi a contatto con il mare, è progettato per ignorare l’ambiente, quello romano lo abbraccia, perché la sua produzione non emette anidride carbonica. Tanto che Jackson sta cercando di ricreare il secolare calcestruzzo, utilizzando l’acqua del mare nella Baia di San Francisco e le sue rocce vulcaniche. Se l’esperimento dovesse riuscire, a goderne sarebbe l’umanità intera. Si potrebbero, infatti, costruire recinzioni per proteggere gli ambienti costieri dall’innalzamento del livello dei mari, evitando i rinforzi in acciaio. La storia si ripete. E, nel caso specifico, ha tanto da insegnare.