di Riccardo Meggiato

 

Nell’immaginario fantascientifico c’è una scena ricorrente. Quella di un corpo celeste vicinissimo alla Terra, fermo, immobile, quasi messo a guardia del nostro pianeta. L’imprenditore Peter Beck, molto attivo nel settore aerospaziale, ha voluto trasformare questa immagine in realtà. Magari non è grande come un pianeta, e nemmeno quanto una vera stella, ma Humanity Star è un esperimento unico nel suo genere: si tratta di una sfera poligonale, composta da 76 pannelli riflettenti, lanciata in orbita attorno alla Terra. Mentre si muove, ruota ad alta velocità riflettendo i raggi solari e, dunque, brillando con grande intensità e facendo sfoggio di sé da ogni angolo del nostro pianeta. Il bello di Humanity Star è proprio questo: essere visibile, in tutto il suo splendore, da tutta la Terra. Se a questo punto vi chiedeste a cosa serva questo progetto, la risposta potrebbe essere, al tempo stesso, molto semplice o molto complessa. Fondamentalmente, Humanity Star non serve a nulla, perché non ha una funzione fisica. Ne ha però una più filosofica e profonda: rappresentare un simbolo che cerca di unire tutto il pianeta celeste nella presa di coscienza di quanto sia fragile.

“L’umanità è limitata, e non sarà qui per sempre”, recita la dichiarazione d’intenti dello stesso Beck. “Tuttavia, di fronte a questa inconcepibile insignificanza, l’umanità è capace di cose grandi e benevoli, responsabili della cura reciproca e del nostro pianeta, tutti insieme. Humanity Star è qui per ricordarcelo”. In estrema sintesi, l’idea di Peter Beck è di farci osservare questa stella artificiale per farci sentire parte di un’unica comunità composta da sette miliardi di persone. Un obiettivo ambizioso, e per nulla facile da realizzare, anche dal punto di vista tecnologico. Per questa palla rotante di circa un metro e dal peso di 10.34 chili è stata scelta la fibra di carbonio, in grado di garantire leggerezza e al tempo stesso robustezza. Per osservarla, ovviamente, occorre buon occhio o meglio ancora un telescopio, e una capatina sul sito www.thehumanitystar.com. Qui, nella sezione Track, è infatti possibile tenere traccia della sua orbita, in tempo reale, secondo parametri quali altitudine, velocità, longitudine e latitudine.

A questo punto, basta guardare il cielo fuori dalla finestra, meglio se all’alba o al tramonto, a caccia di un piccolo punto luminoso, più brillante delle stelle circostanti a quell’ora, mentre sfreccia veloce. Volendo un riferimento, la sua luce è simile a quella di un aereo, solo un po’ meno intensa e con un’intermittenza meno frequente. Se volete osservarla conviene sbrigarsi: vista la natura del progetto e la costruzione dell’Humanity Stars, si prevede un tragitto orbitale di circa nove mesi, con pochi passaggi nelle medesime zone per tutta la durata. Al termine della sua avventura, la stella artificiale voluta da Peter Beck inizierà ad avvicinarsi all’atmosfera terrestre, fino a esserne risucchiata per poi disintegrarsi. Nelle intenzioni di Beck il progetto non sarà ripetuto, perché Humanity Star dovrà essere un esempio unico, una cometa che passa una sola volta e richiama a sé lo sguardo di tutto il mondo. Riuscirà il progetto di Beck ad attirare su di sé un numero sufficiente di sguardi per garantirsi il giusto successo? Nessuno lo potrà stabilire, ma di sicuro Humanity Star, quella che qualcuno ha definito “una scultura spaziale”, il suo successo l’ha già ottenuto. Dalla realizzazione alla messa in orbita, avvenuta utilizzando un vettore che trasportava degli SmallSat, cioè piccoli satelliti, è andato tutto liscio come l’olio. A voler cercare il pelo nell’uovo, in effetti, ci sarebbero le lamentele degli astronomi, preoccupati per quella che potrebbe diventare una moda seguita da altri imprenditori e compagnie a caccia di pubblicità. Tra questi Tim O’Brien, un professore di astrofisica dell’università di Manchester, che suggerisce di celebrare una visione comune guardando, piuttosto, l’International Space Station, la base orbitante visibile nei cieli, con umani a bordo, e soprattutto con uno scopo scientifico. Insomma, Humanity Star fa discutere, e forse anche questo va ascritto alla voce “successo”.