È uno dei problemi all’apparenza più innocui ed è invece di una centralità fondamentale: cosa accade ad antropomorfizzare i robot? A farlo, s’intende, in maniera spinta, affettiva, completa. Cioè ad assegnare loro un nome, a progettarli con fattezze umane o che le ricordino anche in modo schematico? Dal punto di vista etico questo genere d’impostazione, che tanta fascinazione solleva da sempre nella cultura popolare (libri, film, serie come la celebratissima Westworld) che genere di ricadute può produrre sulla coscienza individuale e collettiva? Specialmente considerando che il Parlamento Europeo arriverà prima o poi al riconoscimento di un qualche tipo di personalità giuridica agli androidi.

Il punto, come ha fatto notare David Ryan Polgar su Quartz, è che “mano a mano che la tecnologia progredisce dagli oggetti inanimati governati dai numeri a macchine dall’aspetto umano controllate attraverso le conversazioni, sbocciano fronti di domanda come per esempio la compassione dovuta alle intelligenze artificiali e l’una all’altra”. Dovremo cioè porci il problema del trattamento da riservare a queste entità senza dubbio inedite ma, ancora prima, capire se davvero convenga progettarle un po’ in stile iCub. Si tratta, e solo per fare un esempio, del tenero (vedete che genere di aggettivi fioccano?) robot bambino alto poco più di un metro e dal peso di 25 chili progettato e costruito dall’Istituto italiano di tecnologia di Genova diretto da Roberto Cingolani.

Insomma, la compassione umana e l’empatia sono di solito riservate agli esseri viventi. E, anche se l’italiano medio non fa fatica ad affezionarsi a un’automobile o una moto, si modulano e crescono in modo direttamente proporzionale alla consapevolezza esistenziale che crediamo un certo essere possegga. Si possono di certo amare il proprio partner e una quercia secolare ma non nello stesso modo. Ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.

Il campanello d’allarme è arrivato un paio di anni fa da una ricerca giapponese. Gli uomini dimostravano empatia per dei robot in evidente difficoltà o in stato di paura. E d’altronde non serve l’indagine nipponica per capirlo: è sufficiente vedere qualche video di una delle creature partorite dalla Boston Dynamics, l’azienda di robotica sotto il controllo di Google (che ha tuttavia manifestato la scorsa primavera l’intenzione di cederla), per provare alternativamente un brivido di terrore o un movimento di tenerezza per Big Dog e i suoi fratelli pseudoanimali o pseudoumani. Le scansioni cerebrali dello studio giapponese indicavano che la nostra reazione è viscerale e automatica sia con i nostri simili che con gli oggetti che somigliano ai nostri simili e a noi stessi.

Dunque, di nuovo, conviene porsi il problema di intelligenze artificiali sempre più umanizzate sotto diversi punti di vista: perfino le assistenti virtuali dei principali colossi tecnologici le chiamiamo quasi interamente al femminile rivolgendoci a esse come fossero davvero una qualche personalità nascosta nei nostri dispositivi: Siri, Cortana, Alexa. Se ne sono in parte distaccati solo Google (che ha chiamato Assistant il suo assistente) e Samsung con l’ibrida (e ancora mal funzionante) Bixby. Più decideremo di procedere in questa direzione più matureremo per loro sentimenti che di solito riserviamo ad amici e parenti o anche al vicino di posto in aereo. A pensarci bene il processo dell’antropomorfismo ha perfino qualcosa di affascinante e nostalgico: nel pieno della nuova rivoluzione delle macchine rimaniamo ancorati agli archetipi millenari per cui, per una ragione o per l’altra (protezione, benevolenza, reazione istantanea e naturale), tendiamo ad attribuire qualità umane agli oggetti inanimati.

Il secondo punto è proprio questo: quanto sono davvero inanimati quegli oggetti, almeno secondo le categorie classiche? Nel momento in cui la nostra relazione con essi diviene conversazionale e non più “top-down” né puramente iussiva (cioè non passa dagli ordini o dai comandi strettamente intesi ma dalle necessità e addirittura dalle capacità predittive delle soluzioni tecnologiche che, verbo scelto non a caso, li animano) che genere di conseguenze bisogna attendersi? Anche, e per esempio, quelle per cui resistendo alla nostra natura potremmo rischiare la deriva opposta, quella cioè di oggettivare e imbarbarire il rapporto umano perché ci forziamo a non “scaldare” troppo quello col robot-maggiordomo che ci aiuterà in casa? Anche questi scivoloni sono da mettere in conto.

Sul discorso si torna da tempo. Prima dello studio nipponico nel 2013 ce n’era stato per esempio un altro firmato da Astrid Rosenthal-von der Pütten e Nicole Krämer che indagava proprio sulle reazioni cerebrali al trattamento ora affettuoso ora violento di certi tipi di robot.

Della discussione fa parte ogni aspetto possibile della nostra relazione, anche quelli che con gli esseri viventi sono ovviamente vietati dalla legge (e severamente puniti) e quelli magari non vietati ma comunque riprovevoli. Così come, al contrario, quelli più strettamente intimi e personali. In che misura la disponibilità di questi automi in ognuno di questi ambiti (dal diventare sponda continua delle nostre ansie pure sentimentali a, chissà, farsi obiettivo di abusi o rapporti sessuali) correrà il rischio di normalizzare certi atteggiamenti verso altri esseri umani? Oppure, al contrario, disporre di un esercito di umanoidi funzionerà da camera di compensazione degli stress quotidiani (finché, s’intende, i robot non ne avranno abbastanza e si ribelleranno)? Fuori dall’ironia, umanizzare troppo le macchine non ci condurrà a deumanizzare gli umani?

Al momento chi sviluppa le intelligenze artificiali di vario genere, a partire dalle assistenti virtuali, punta su questo binario umano proprio per spingere il nostro rapporto con esse e fare in modo che l’adozione cresca. Ma quando quei “cervelli” entreranno in oggetti reali – come per esempio già accade con i robot di compagnia tipo Robi Robot, Pepper o Romeo, sviluppato da Softband, la ex Aldebaran francese, assistente domestico ideale per anziani e persone con ridotte capacità motorie – come dovremo comportarci? Sarà ad esempio possibile creare robot dalle fattezze adolescenziali o bambinesche? E per quali usi? La soluzione, per ora, non esiste. Molti esperti come Kate Darling del Mit Media Lab raccontano infatti che al momento “non abbiamo idea” di cosa succederà. Cioè se questo trionfo di antropomorfizzazione produrrà una salvifica riduzione di certe attività o una loro pericolosa normalizzazione. Certo è che come nello sviluppo degli algoritmi, anche la progettazione concreta dei robot del futuro dovrà passare da una profonda analisi morale.