di Caterina Vasaturo

 

È ormai sul punto d’invadere ogni campo, dal mercato azionario alla medicina, senza tralasciare la ricerca scientifica, la robotica, la legge e tanto altro ancora. Ma siamo proprio sicuri che l’intelligenza artificiale possa conquistare un ruolo di spessore nell’ambito creativo? Cosa accade se, nello specifico, fa il proprio trionfale ingresso nella fotografia? Secondo Ant Pruitt, freelance digital content creator, le possibili applicazioni comportano dei pro e dei contro.

C’è chi ipotizza che l’abilità delle macchine nello svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana possa, nel tempo, sostituire l’individuo, e chi si dimostra, invece, meno catastrofico. Indubbiamente, occorre riconoscere alla tecnologia una meritata qualità professionale nel processo di modifica delle immagini: immettendo specifici parametri, l’AI consente di ottenere in pochi minuti – e, spesso, addirittura nell’arco di qualche secondo - un’anteprima delle impeccabili trasformazioni apportate.

Una fotografia, però, “non è né catturata né presa con la forza”. Al contrario, secondo Henri Cartier-Bresson, pioniere del foto-giornalismo “essa si offre e ti cattura”. In altre parole, un’istantanea è dotata di un’anima, che solo l’occhio esperto e umano del professionista sa cogliere. Sono, pertanto, innegabili le funzionalità completamente nuove degli strumenti digitali, ed è intuibile il timore di alcuni nel considerare l’impatto che la ridefinizione del ‘prodotto’ avrà sul contesto tradizionale. Tuttavia, se l'intelligenza artificiale può essere utile a riprodurre un paesaggio o un volto, come fa a determinare la bellezza intrinseca? Certo, le sfumature e le diverse gradazioni della luce, integrate post-scatto dai congegni smart, fanno il loro gioco. Creare la giusta atmosfera, però, è tutt’altra cosa. L’AI non si rivela sufficientemente pronta a sostituire le capacità analitiche che un fotografo applica all’insieme di una ripresa. Non ha la giusta esperienza. Almeno non ancora. Poco importa se l’editing computerizzato riesce a donare un’adeguata saturazione o a eliminare le imperfezioni della pelle. Si tratta di un procedimento per nulla poetico, inadatto a raccontare storie come fa lo sguardo, e insufficiente a esprimere messaggi, a suscitare emozioni. Il bilanciamento del bianco e nero, la regolazione del contrasto, la trasparenza e le diverse formule del ritocco elettronico sono inferiori agli effetti prodotti dall’intervento dell’uomo. Una figurazione non dev’essere tecnicamente ineccepibile per comunicare con un destinatario. La sua ‘aura’ rischia seriamente di perdersi nell’epoca della riproducibilità tecnica.