di Jacopo Cirillo

 

Il Mammuthus primigenius Blumenbach, più confidenzialmente detto mammut lanoso, è una specie di elefante vissuta dai 200.000 ai 5.000 anni fa in Europa, Asia e America del Nord. Come sanno tutti, il mammut si è estinto. Come probabilmente non sa quasi nessuno, un gruppo di scienziati e genetisti di Harvard, capitanati dal professor George Church, ha deciso di “de-estinguerlo”, cercando di creare un embrione ibrido tra elefante e mammut, chiamato fantasiosamente “mammofante”, che dovrebbe svilupparsi in un mammifero molto simile al suo illustre e gigantesco predecessore.

Prima vediamo come ce la stanno facendo, poi proviamo a capire il perché. La ricerca è relativamente a buon punto: per adesso siamo solo allo stadio cellulare, ma il gruppo di ricerca si sta muovendo velocemente verso la creazione dei primi embrioni. Church e la sua squadra sono già riusciti a crescere un embrione di topo in un utero artificiale per dieci giorni, di fatto la metà del normale periodo di gestazione; per un elefante gigantesco il procedimento è un po’ più complesso, ma grazie alle nuove e rivoluzionarie tecniche di combinazione e ri-combinazione genetica non dovrebbe mancare molto al successo, dieci anni al massimo. Per essere specifici, la tecnica utilizzata, e dimostrata nel 2012, si chiama Crispr/Cas9, deriva da un particolare batterio e permette un “copia e incolla” di filamenti di DNA con una precisione mai vista prima.

Certo, la proposta di de-estinzione porta con sé alcuni problemi etici e morali. Matthew Cobb, professore di zoologia all’università di Manchester, sostiene che il mammut non era semplicemente un insieme di geni ma, piuttosto, un animale sociale, come il moderno elefante asiatico. Che cosa succederebbe, dunque, se nascesse un clone di mammut? Come sarebbe accolto dagli altri elefanti? E come farebbe senza l’imprinting dei genitori?

Per capire meglio la portata di questo esperimento e del rovescio della sua medaglia, è fondamentale analizzare i motivi che ci stanno dietro. Non è solamente una questione di hybris, di tracotanza dell’uomo che vuole farsi Dio. Al contrario, riportare in vita i mammut lanosi potrebbe essere un’ottima soluzione per combattere i cambiamenti climatici. Ma facciamo un passo indietro. Le terre artiche sono ricoperte da permafrost (in italiano “permagelo”), ampie aree dove il suolo è perennemente ghiacciato, fin dal Pleistocene. Il permafrost contiene grandi quantità di carbonio proveniente dalla vegetazione e congelato a bassissime temperature, in una quantità stimata come il doppio di quella presente in atmosfera. È facile capire che, con l’innalzamento delle temperature, il carbonio verrebbe liberato, rilasciando biossido e metano nell’atmosfera e innalzando la temperatura globale molto di più delle già catastrofiche previsioni. Gli scienziati della NASA, a questo proposito, hanno calcolato che il permafrost artico contiene più carbonio di tutto quello prodotto dall’uomo dal 1850 a oggi. Detto questo, a che cosa servono i mammut?

I mastodontici mammiferi del Pleistocene calpestavano muschio e arbusti, sradicavano alberi e modificavano continuamente il paesaggio, agendo di fatto come geoingegneri naturali e mantenendo la steppa erbosa, ma senza alberi. In teoria, immettere mammut nella tundra dovrebbe ricreare un ecosistema simile a quello del Pleistocene: l’erba assorbe meno raggi solari rispetto agli alberi, dunque il terreno assorbirebbe meno calore e impedirebbe al permafrost di sciogliersi e liberare nell’atmosfera il biossido di carbonio. Insomma: lo scopo è quello di mantenere il terreno ghiacciato il più a lungo possibile e incoraggiare la crescita orizzontale erbosa a discapito di quella verticale.

Funzionerà? Ne varrà la pena? Sicuramente abbiamo bisogno di soluzioni nuove e ambiziose per ridurre le emissioni, salvare l’Artide e contrastare il riscaldamento globale. Altrettanto sicuramente, almeno al momento, non ne esistono di migliori. Per questo, fin dal 1996, il geofisico russo Sergei Zimov sta portando avanti un esperimento chiamato Pleistocene Park (qui un bel documentario sulla sua impresa), un parco di sedici chilometri quadrati popolato da circa cento animali tra cui bisonti, buoi muschiati, alci, yak e renne. Lo scopo è capire se gli animali possano davvero modificare l’ecosistema in cui vivono in maniera così determinante. Ed è per questo che Church e gli altri di Harvard hanno scelto proprio il Pleistocene Park come ambiente ideale dove far crescere i nuovi mammut clonati.

Chissà poi se, nel futuro, lo apriranno anche ai visitatori. Memori delle sciagure di Jurassic Park, romanzo di Michael Crichton e film di Steven Spielberg, speriamo proprio di no.