di Jacopo Cirillo

Passeggiare per strada e notare per caso due gemelli identici che camminano uno di fianco all’altro è sempre un’esperienza affascinante, mistica, quasi come in un gioco di specchi. Scientificamente, è altrettanto interessante dedurre dalla loro perfetta somiglianza la quantità di informazioni sul volto e sulla corporatura di ciascun singolo essere umano presente nel DNA. È come con la crittografia: riuscire a craccare un codice complicatissimo e isolarne delle singolarità che corrispondono perfettamente a un output fisico. Le implicazioni sono tantissime e lo sguardo si rivolge immediatamente al futuro: quante connessioni tra il DNA e le caratteristiche fisiche riusciremo a sbloccare nel futuro? Quanto tempo ancora ci vorrà per una mappatura completa? Soprattutto: quali saranno le conseguenze per la nostra privacy?

In teoria, alcune caratteristiche fisiche sono abbastanza semplici da predire, come per esempio il colore degli occhi, che dipende essenzialmente da poche variabili genetiche. Altri tratti, invece, sono più complicati da decifrare perché sono “poligenici”, dunque frutto di combinazioni di differenti variabili. La ricerca è ancora relativamente indietro su alcuni problemi come per esempio la determinazione del colore dei capelli, legata a evoluzioni naturali come i bambini biondi che diventano castani da adulti – ancora non conosciamo il meccanismo molecolare dello scurimento o dell’ingrigimento dei capelli nel tempo. Problemi molto simili si riscontrano nella determinazione del colore della pelle e della statura del soggetto.

La fenotipizzazione del DNA, dunque, è un’area di ricerca attiva già da molti anni. Studiosi come Manfred Kayser e Susan Walsh sono stati veri pionieri di questo campo: dal 2010 stanno sviluppando il cosiddetto sistema HirisPlex, che usa sei marcatori di DNA per determinare il colore degli occhi, se blu o marrone, e il colore della pelle. Tutti i risultati dei test sono disponibili in questo sito.

Certamente, soprattutto per la scienza forense, la fenotipizzazione del DNA è un sogno: pensiamo alla possibilità di ricostruire il volto di una persona, criminale o vittima, a partire dalle tracce biologiche ritrovate sulla scena del crimine. C’è da dire, tuttavia, che a oggi l’utilità della fenotipizzazione risiede di più nella sua capacità di escludere possibili sospettati più che predirli.

Il focus, comunque, si sposta immediatamente sulla quantità di dati disponibili e analizzabili; in altre parole, sui database. A questo proposito, il governo australiano sta effettivamente creando un database per questo scopo, “The Capability”, una sorta di riconoscimento biometrico e facciale che si interfaccerà con le immagini e i video delle telecamere a circuito chiuso sparse un po’ dappertutto. Aggiungendo poi anche un riconoscimento vocale, il sistema diventerà completo. Anche l’India sta sviluppando il sistema Aadhar, molto simile a quello australiano, e la Cina è ormai all’avanguardia nelle tecnologie di riconoscimento facciale. Ed è proprio qui che iniziano i problemi: inizialmente, questi studi sono stati giustificati come misure anti-terrorismo, tuttavia ormai lo stesso servizio può essere richiesto a pagamento da qualsiasi azienda. Una delle più attive è la Parabon NanoLabs, che offre a pagamento la possibilità di identificare l’aspetto di una persona a partire dal suo DNA, servizio che viene usato largamente anche dalle forze di polizia americane.

Questo è lo stato dell’arte a oggi. Nel prossimo futuro, quando i database saranno sempre più grandi e il machine learning sempre più sofisticato, la nostra abilità nel predire l’aspetto di una persona a partire dal suo DNA aumenterà esponenzialmente, portando alla luce un problema con cui tutti dovremo fare i conti: la gestione della privacy del nostro corredo genetico. Sarà sempre più difficile proteggerla, e già si stanno studiando modalità innovative per mascherarla, come il genome cloaking, letteralmente l’occultamento del genoma, o il genome spiking, un sistema sviluppato da due scienziati del MIT, Bonnie Berger e Sean Simmons che aggiunge variabili casuali ai risultati della mappatura del DNA per rendere più difficile il riconoscimento univoco da parte di terzi.