di Richard McGuire

 

(McGuire aveva già lavorato all’allineamento di tutti i momenti vissuti in un luogo nell’unico spazio di un’illustrazione. Un bambino che gioca con un dinosauro di plastica negli anni '70 lo fa in una stanza che occupa lo stesso spazio in cui nel Triassico ha ruggito un dinosauro vero.

In Here questa tecnica narrativa è portata alla sua compiutezza: usando come sede la casa in cui è cresciuto nello stato di New York, McGuire ha realizzato un racconto sincronico tra spazio e tempo combinando scene casuali, ricostruite tramite ricerche e ricordi. Il risultato è una finestra sulla storia del luogo, distaccata e familiare, che coinvolge la vita umana e il fatto di abitare un qualsiasi frammento di spazio e tempo di cui non riesce a cogliere le interconnessioni.

Pubblicato per la prima volta nel 1989 come ministoria di sole sei pagine sulla rivista Raw, Here si è imposto immediatamente come un’opera in grado di spalancare al fumetto nuove e prima di allora inimmaginate possibilità di espressione, e destinata a ispirare intere generazioni di artisti. A più di venticinque anni dalla sua prima pubblicazione, quest’opera fondamentale torna finalmente in una nuova veste: rivista, espansa, colorata, definitiva.)

 

Penso che mio padre, che lavorava come contabile, fosse un artista concettuale in incognito, perché per avere certe idee… so che lo fanno anche altre famiglie, e forse è una cosa più comune di quanto si possa pensare. Ci faceva ogni anno una foto nello stesso luogo. C’è una cosa che ho realizzato guardando le foto di famiglia in generale: si somigliano tutte. Sono sempre scattate in occasione di compleanni, feste di laurea, natale, ed ecco perché le persone che leggono Here possono ritrovarcisi facilmente. Potete vedere come ho assemblato ad una foto di famiglia sul divano – una di quelle che mio papà scattava ogni anno – con una di mio cugino vestito da campo estivo nel soggiorno di casa nostra in un altro momento.

Questo libro è pieno della mia famiglia e dei miei amici. Quando ho deciso di cambiare dalla versione originale a questa definitiva, mi sono ritrovato con un problema stilistico. Avevo già sperimentato varie tecniche, e sapevo che per essere efficace, la linea sarebbe dovuta risultare, per il lettore, il più realistica possibile. Lavoravo con gli acquarelli, sfumavo i contorni, facevo disegni a matita e poi li coloravo a computer ma non riuscivo a decidere su quale fosse la migliore. A un certo punto ho messo tutto insieme ed ho avuto la soluzione ottimale. La tecnica mista era la risposta, perché da esattamente l’effetto scrapbook che stavo cercando. Ho finito per usare tutti gli esperimenti che ho fatto e tutte le ricerche. Ad esempio ho preso un brevissimo spezzone di uno dei filmini di famiglia che mio padre riprendeva con la Super 8. Chiunque sia cresciuto in quel periodo può averne uno simile in soffitta. Beh, mio padre era il regista di questi ricordi, non finiva quasi mai dall’altra parte dell’obiettivo. Riguardando questo particolare filmino, invece, ho trovato questi fotogrammi, giusto alla fine, che lo ritraggono. Qualcuno deve aver preso su la videocamera e l’ha rivolta verso di lui, e anche se nel filmino appare giusto per pochi secondi, nel libro ho stirato il tempo dei fotogrammi per diverse pagine per allungare la durata del momento. Ho trovato un sacco di cose interessanti – i miei genitori erano già morti, la casa era piena zeppa di foto e ricordi.

Ho anche utilizzato fotografie altrui. Mentre componevo Here ho incontrato un collezionista di foto monoculari che mi ha gentilmente messo a disposizione tutta la sua collezione. La mia ricerca è stata estesa e profonda, in primis proprio sul luogo, sulla storia della zona. Ho scavato su quello che già avevo imparato crescendo lì,  scoprendo che gli indiani americani che abitavano l’area sono gli antenati di tutte le tribù indiane della costa Est, quindi hanno abitato questo luogo prima di chiunque altro. Ho avuto anche la fortuna di ritrovare il dizionario compilato da un missionario sul loro linguaggio e ho potuto ritrarli e farli conversare nella loro lingua. Ma come in tutto il libro ho voluto mantenere tutto sul quotidiano e il casuale, senza forzare la mano con una pretesa di resoconto storico documentato. I due indiani nel libro passeggiano e uno dice all’altro “Sento qualcosa” e sono affiancati dal suono del campanello alla porta di casa mia. Un’altra ricerca mi ha portato a scoprire un aneddoto particolare su Benjamin Franklin. Sapevo che l’edificio di fronte casa era di un certo rilievo storico, ma non avevo idea che Benjamin Franklin abitasse qui e che avesse litigato con suo figlio proprio in queste stanze. Il figlio di Franklin e Franklin erano molto legati, perché il bambino era nato fuori dal matrimonio e Franklin se ne era occupato personalmente: il figlio lo affiancò durante i suoi esperimenti sull’elettricità, ma con l’avvicinarsi della rivoluzione si ritrovarono divisi, opposti nelle idee politiche. Benjamin Franklin venne qui ad avvertire il figlio, all’epoca governatore, che era dalla parte sbagliata della storia e che la rivoluzione sarebbe successa qualunque cosa avesse fatto per impedirla. Ebbero un litigio furioso e fu l’ultima volta che si videro perché nel 1867 il figlio di Franklin fu arrestato e rinchiuso in galera. Mi piaceva l’idea che Franklin avesse dovuto attraversare il mio soggiorno, ma anche con la ricostruzione che ho ottenuto, ho mantenuto il momento il più casuale possibile. Ho anche trovato il diario di un artista che viveva in città, nell’albergo di cui vi parlavo, e l’ho usato come personaggio, in questa piccola scena in cui il pianeta si forma, c’è un picnic sull’erba e in un’altra epoca una freccia si muove lenta nell’aria.

E’ stato un lavoro lungo dal primo progetto di sei pagine al risultato finale, perché più cercavo più trovavo e ricordavo. Il gesto che mio padre faceva prima di uscire di casa per lavoro tastando le sue tasche per controllarle, dopo che mia mamma gli chiedeva se aveva il portafoglio e le chiavi, ad esempio. Continuavo a tagliare e comporre i pezzi come in un cut’n’paste, come in un mixaggio musicale. Al centro la mia famiglia e attorno tutte le cose che le onde temporali che la circondavano. Mentre lo componevo c’è stata anche la rivoluzione editoriale che ha aggiunto un’estensione all’idea cartacea, quella dell’e-book: il risultato è stato che toccando i pannelli sui dispositivi di lettura, si possono ottenere combinazioni casuali che nel libro fisico non esistono, e funzionano, perché sorprendono anche me.