di Caterina Filippini

L'Intelligenza Artificiale è forse la questione cruciale del nostro tempo, e del tempo a venire.
Per sfuggire alla doppia tentazione di un entusiasmo a priori e di una paralizzante paura del nuovo, è necessario ascoltare la voce di chi promuove e dirige i processi di automazione nelle aziende più innovative del nostro tempo, e mettere a confronto la loro visione con quella degli scienziati, ben consapevoli che avanzamento tecnologico e progresso scientifico (e progresso umano) non sempre coincidono.

Eran Shlomo, Computer and Machine Expert per Intel, affronta la questione con parole molto chiare: “Quando si parla di intelligenza artificiale ci riferiamo a un cambiamento che ci sarà in tutti gli aspetti della nostra vita, che può essere vissuto come una minaccia o come un’opportunità. Ad esempio sentimenti ed emozioni possono essere rilevati sotto forma di dati. La produzione è già diventata automatizzata, e i robot cominceranno ad essere attorno a noi: già un aspirapolvere è un robot, un antenato di quello che saranno i robot di famiglia. Pensate anche ai droni. I robot implementeranno la sicurezza, in Intel lo abbiamo già fatto, e questo non solo fa risparmiare denaro, ma è anche un’ottimizzazione della sicurezza”.

Per Diego Zucca di Cisco, invece, l'Industria 4.0 rappresenta una delle aree più interessanti e di sviluppo che si stanno esplorando in questo momento: l’internet delle cose, che permette di connettere tra loro entità differenti dagli esseri umani. “Quando si parla di intelligenza artificiale parliamo di qualcosa che sarà sempre più coinvolta nei sistemi di digitalizzazione dei prossimi anni, per esempio sarà protagonista al cento per cento nei processi di internet delle cose, per dare un’idea della sua rilevanza. Nonostante questo, ritengo che la centralità dell’uomo sarà ancora determinante”.

È invece un neuroscienziato, Jim Fallon, professore emerito dell’Irvine School of Medicine dell’Università della California, a puntualizzare il tema con ironia e realismo espressi in ugual misura: “Non penso che i programmatori siano intenzionati a fare quello che fa il cervello, che è fare errori: cercheranno, per la loro natura, di evitarlo, e questo è un limite. Io mi auguro un’intelligenza artificiale, sono stanco di pensare! Io guardo i film, ascolto sempre gli artisti: non sanno nulla di come le cose funzionino, ma sanno cosa è importante. Invece noi scienziati non sappiamo che fine faranno le nostre idee. Ho incontrato Andrea Bocelli, a una conferenza Google in Sicilia. Abbiamo parlato di registrare il modo in cui reagisce il cervello del tenore quando crea o ascolta musica, quindi il modo in cui il suo cervello vive la musica, in modo che altri possano provare quello che ‘sente’ lui. Si può fare. Quand'è che una tecnologia è futuribile? Basta provarci: metterla in pratica. Certo, ci vogliono soldi, e ingegneri”.

Si tratta di questioni sulle quali si scatenano visioni del mondo opposte e strumenti di interpretazione della realtà assai distanti: eticamente, metodologicamente, e sul piano degli obiettivi finali. Su una cosa punto sembrano accordarsi i punti di vista più diversi, quando si parla di Intelligenza Artificiale e futuro: è fondamentale che l'essere umano rimanga al centro di tutto.