di Valerio Millefoglie

 

Una volta sono salito su un treno che in realtà era la stanza di un’ospedale, in un reparto dedicato ai pazienti affetti da Alzheimer. Ho preso parte, da cronista-viaggiatore, a una seduta di terapia del viaggio, inventata dal musicoterapeuta italiano Ivo Cilesi per aiutare, con il ritmo immaginato del treno, a calmare i disturbi di wondering di questi pazienti, il non riuscire cioè a stare fermi, e inventata anche per aiutare a favorire il risorgere di labili memorie. Un certo paesaggio, faceva sì che riaffiorassero scampoli di memorie di vite ormai passate. Forse c’è un luogo a noi sconosciuto, nella nostra mente ma anche al di fuori, dove si annida tutto ciò che accade.  Quello che fa l’uomo è cercare modi per attingere a questi posti quando la memoria non c’è più. Uno di questi posti è la realtà virtuale. In uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, un team di neuroscienziati dell’Università della California racconta infatti come la realtà virtuale è diventato il setting di una ricerca volta a scoprire come le diverse aree dell’ippocampo si attivino per assemblare i diversi tipi di memorie. Sappiamo infatti che una memoria ne può attivare altre correlate. Ricordiamo uno specifico evento in base a dove e quando è accaduto, e in base alle persone presenti. Sono stati dunque creati una serie di video legati quindi alla memoria episodica, della durata di un minuto e quaranta secondi, nei quali i soggetti navigavano passivamente attraverso case, quindi attraverso dei contesti spaziali. Ciascuna casa conteneva dieci mobili di arredamento che condividevano etichette semantiche simili, ad esempio “divano”, ma differenti nell’aspetto, come “divano grigio” o “divano ad angolo”; poi tre oggetti neutri selezionati a caso dalla banca immagini di Google, come una valigia con le ruote, un orsacchiotto appoggiato a una libreria, una tipica cabina inglese. Ai soggetti è stato chiesto di memorizzare gli oggetti a seconda del video, e quindi utilizzando la memoria episodica, e a seconda della casa, utilizzando quindi la memoria spaziale. In una seconda fase di studio è stato chiesto ai soggetti di provare a ricordare gli oggetti e le varie case presentate nei video mentre erano sottoposti a una risonanza magnetica, che individuava quindi le varie aree dell’ippocampo che si attivavano. Questo laboratorio virtuale è stato così in grado di mostrare che diverse regioni di una struttura del cervello svolgono ruoli diversi nel ricordare gli oggetti nel loro contesto. “Il dato interessante emerso è che è intuitivo che tu possa ricordare una singola esperienza, ma l'ippocampo è anche coinvolto nel collegare esperienze simili", ha detto Dimsdale-Zucker, uno dei ricercatori. "Hai bisogno di entrambi per essere in grado di ricordare”. Poi ha aggiunto: “Un’altra scoperta interessante è stata che in questo studio l'ippocampo era coinvolto in ricordi episodici che collegavano sia il tempo che lo spazio”, mentre il pensiero convenzionale è che l'ippocampo codifichi principalmente le memorie spaziali, ad esempio quelle coinvolte nella navigazione. Un uomo indica una tazza, un altro uomo risponde “tazza”. “Qualcosa allora te la ricordi”, risponde il primo. Non è un’esercitazione di realtà virtuale, ma una scena a tema, tratta dal film “L’uomo senza passato” di Aki Kaurismaki. In un altro momento del film una donna, chiede all’uomo smemorato: “Stai fingendo o davvero non ricordi più niente?”. “Qualcosa me lo ricordo, un capannone industriale a metà di un lungo rettilineo sull’autostrada. Facevo qualcosa, c’era un calore ardente, una fiamma. Magari è un sogno, ho ricominciato a farne, questo è un buon segno, forse”. Il forse è perché non sempre il ricordo è lucido, e questo protagonista scopre che grazie alla perdita della memoria si è lasciato alle spalle una vita in cui era un giocatore d’azzardo incallito, per ripartire da zero e diventare un altro.