Al netto dei singoli progetti, che giro d’affari muove l’intelligenza artificiale? Dall’ammontare degli investimenti su scala internazionale si capisce l’interesse crescente, diremmo pressante, per un ambito di ricerca sterminato che ridisegnerà il prossimo futuro. Bene, a quanto pare il fatturato di chi sviluppa e vende soluzioni di questo tipo, spesso realtà di confine che reinvestono tutto o quasi nella ricerca, si attesterà quest’anno sui 12,5 miliardi di dollari, con un incremento del 59,3% sull’anno scorso. Una cifra mostruosa che fornisce, più di ogni programma o invenzione specifica, il polso della situazione. E del percorso che attende chi ha scelto di puntare su ambiti come machine learning, deep learning e in generale AI.

 

Sono numeri contenuti nel Worldwide seminannual cognitive artificial intelligence systems spending guide firmato da Idc, International Data Corp. Le sentenza è chiara: la spesa globale sulle soluzioni di intelligenza artificiale e di cognitive computing continuerà a salire nel corso dei prossimi anni. A ritmi pazzeschi: 54,4% anno su anno fino al 2020, quando il giro d’affari delle diverse componenti del settore si attesterà sui 46 miliardi di dollari.

 

Non è una fiammata né una moda. Al contrario, secondo gli esperti, si tratta del nuovo filone tecnologico che travolgerà consumatori e soprattutto imprese. L’architrave dei prossimi anni: “Le applicazioni basate sul cognitive computing, l’intelligenza artificiale e il deep learning costituiscono la nuova ondata della mutazione tecnologica che cambierà il modo in cui persone e aziende lavorano, imparano e si intrattengono – ha spiegato David Schubmehl, direttore della ricerca per questo specifico ambito all’Idc – queste applicazioni sono sviluppate e implementate su piattaforme software che offrono strumenti e possibilità di effettuare previsioni, suggerimenti e assistenza intelligente tramite l’uso di sistemi cognitivi, machine learning e intelligenza artificiale. Ecco perché diventeranno rapidamente parte dell’infrastruttura IT e tutte le imprese dovranno pianificarne l’adozione”. Insomma, non si scappa: non è una passione da cervelloni ma un inedito (e più redditizio) modo di gestire l’impresa, ancora prima che di progettare servizi per i consumatori.

 

Di quegli oltre 12 miliardi di dollari la fetta prevalente (4,5 miliardi) finirà proprio alle applicazioni cognitive che includono “processi e applicazioni industriali potenziate dall’approccio cognitivo che impareranno, scopriranno e daranno automaticamente indicazioni” ha aggiunto Schumbmehl. Altri 2,5 miliardi saranno riservati alle piattaforme software che organizzeranno e manipoleranno le informazioni, 3,5 ai servizi di business e IT e 1,9 ad ambiti come server e sistemi di memorizzazione. D’altronde si tratterà di un’esigenza: secondo un’indagine di Accenture uscita l’anno scorso il 79% dei top executive delle aziende crede che l’intelligenza artificiale renderà il proprio lavoro più semplice ed efficiente e il 46% sostiene che si fiderebbe di simili sistemi di raccomandazione in termini di decisioni finanziarie e di affari, su questioni insomma centrali del proprio lavoro. Infine il 56% dei manager di massimo livello si dice fiducioso del fatto che queste soluzioni avranno un clamoroso impatto sul controllo amministrativo e delle mansioni. Diventeranno insomma il loro più funzionale “braccio destro”.

 

D’altronde l’intelligenza artificiale è già abbondantemente utilizzata nelle aziende. Il 38% già utilizza infatti un qualche tipo di soluzione negli uffici e in fondo l’aspetto curioso è che l’AI c’è anche quando sembra non esserci. L’88% delle società confessa infatti di sfruttare sistemi forniti da terze parti che in qualche modo fanno leva su algoritmi, machine learning e così via. Fra gli ambiti più maturi fin da ora ci sono farmaceutico e delle cosiddette “life science”, l’automobilistico e l’aerospaziale, le telecomunicazioni e l’energia e le utilities. Le funzioni aziendali in cui si pensa di investire – sono dati di Narrative Science 2016 – sono invece la raccolta e l’analisi dei dati, l’assistenza ai clienti, il marketing e la ricerca e sviluppo.

 

Insomma, dall’impatto dell’AI già oggi, nel 2017, si salvano in pochi. Secondo un’altra analisi, stavolta Inside Big Data 2017, il 45% degli executive sostiene che questi sistemi abbiano già modificato il settore in cui lavorano e il 24% crede che succederà fra uno e tre anni, cioè si sente sul limite di una profonda rivoluzione del proprio business. Fra i benefici più importanti che stanno riscontrando ci sono (al 38%) le previsioni sui propri affari e sul comportamento dei consumatori, l’automazione dei compiti più ripetitivi (27%) e il monitoraggio rispetto ai rischi del proprio business (14%).

BusinessWired900x550-04.jpg

Non tutto è rosa e fiori, però, con l’intelligenza artificiale. Ad esempio, l’ambito rimane in gran parte complicato da penetrare: per il 67% degli executive c’è da affrontare un vuoto di conoscenza e di comprensione sui benefici che potrebbe portare, per il 42% c’è bisogno di addestramento e formazione per utilizzare certi sistemi, per il 42% c’è da vincere anche una sfida culturale interna fra i dipendenti e per il 40%, anche se i numeri raccontati all’inizio non sembrerebbero marciare in quella direzione, c’è un problema di finanziamenti.

 

Dunque, come testimoniano queste cifre – molte delle quali raccolte in uno speciale che il Times ha dedicato di recente all’argomento, intitolato Artificial Intelligence for Business – le soluzioni di intelligenza artificiale paiono l’altro lato dell’Internet of Things, cioè dell’Internet delle Cose. Chiunque scelga di investire in questo senso non potrà sottrarsi dall’investimento nell’ambito. Proprio per fornire a quelle macchine intelligenti la possibilità di effettuare scelte ben ponderate senza l’intervento umano. Lo raccontava un altro recente report, quello di PwC battezzato Leveraging the upcoming disruptions from AI and IoT.

 

Il successo dell’intelligenza artificiale, e la crescita degli investimenti, testimoniano esattamente la capitalizzazione nell’era delle smart machine. Il quadro sarà completato dalle abitudini casalinghe, dove fra domotica e assistenti virtuali saremo sempre più abituati a interagire con le macchine: queste spingeranno i dipendenti ad applicare e richiedere lo stesso tipo di tecnologie anche sul posto di lavoro.

BusinessWired900x550-03.jpg