di Simone Cosimi

La Cina potrebbe presto affiancare, e nel giro di poco tempo superare, gli Stati Uniti per quanto riguarda la leadership internazionale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale? Molti pensano di sì, specialmente in certi settori, dagli assistenti digitali alle auto senza pilota. Ci sono dei segnali, anche molto semplici da capire, che viaggiano massicciamente in questa direzione.

Il primo è avvenuto lo scorso ottobre. La Casa Bianca, allora ancora sotto Barack Obama, segnalava in un report che la Cina aveva sorpassato l’America nel numero di articoli di riviste specializzate dedicati a temi centrali per il settore. Uno, in particolare: il “deep learning”, l’apprendimento profondo fondamentale in ambiti come il riconoscimento facciale o l’analisi del linguaggio naturale. Un altro ingrediente dello scenario l’ha invece fornito il colosso della consulenza Pwc secondo il quale la crescita del prodotto interno lordo globale collegato all’AI entro il 2030 toccherà la soglia dei 16mila miliardi di euro. La notizia? Quasi la metà di questa impennata sarà prodotta e accaparrata dalla Repubblica popolare.

Non c’è due senza tre. Il terzo indizio riguarda invece un manager. In particolare Qi Lu, uno degli (ormai ex) boss di Microsoft. Lu era arrivato a occupare l’importantissima casella di executive vice president del gruppo di Redmond dopo un’esperienza a Yahoo! Ebbene, lo scorso gennaio, dopo il rientro da un incidente ciclistico, l’ingegnere non è tornato al suo posto a casa Microsoft ma in patria, accettando il ruolo di Coo, cioè direttore operativo, di un altro gigante, Baidu, il Google cinese per intenderci.

Ma ce ne sarebbero anche altri, di segnali del possibile sorpasso, che in generale sottolineano l’attenzione della comunità internazionale per le soluzioni in fase di sviluppo in Cina. Per esempio il numero di brevetti cinesi collegati al settore dell’intelligenza artificiale è esploso del 200% negli ultimi anni. Anche se gli Stati Uniti continuano a comandare in termini di numeri assoluti. Seguono, a grande distanza, l’Europa tutta insieme, il Giappone, la Corea del Sud e l’India.

Il quadro, insomma, è ideale. E le ragioni di questa progressione cinese nel settore sono altrettanto semplici da afferrare. Anzitutto, capitali e potenza di calcolo non mancano. A proposito, in quest’ultimo caso la Cina è in fase di sorpasso anche in un altro settore informatico, quello dei supercomputer e delle reti quantistiche: a Jinan, nella provincia dello Shandong, fra Pechino e Shanghai, si sta infatti sperimentando un sistema di comunicazione – il primo di questo tipo, cioè realizzato a fini commerciali e non sperimentali come i tanti progetti di alcuni giganti hi-tech – basato sulla tecnologia quantistica. E soprattutto sulla crittografia quantistica. Supercomputer quantistici significa enorme potenza di calcolo.

Il terzo elemento è il cloud computing e i data center. Anche questi settori, grazie a sigle ormai molto note anche in Occidente come Alibaba e Tencent – quella, fra le mille società, della chat WeChat – non mancano. Recuperando il primo aspetto, cioè i capitali, c’è perfino da segnalare i 2,6 miliardi di dollari raccolti dalle startup e dalle società specializzate in intelligenza artificiale in appena quattro anni, fra 2012 e 2016 (dati del Wuzhen Institute). Negli Stati Uniti ne sono stati accumulati 18, è vero, ma la dinamica è appunto deflagrante.

“Le starutp cinesi sono più rapide” ha spiegato Kai-Fu Lee, ex manager di Google ora a capo di un fondo di venture capital battezzato Sinovation Ventures, all’Economist. Ciò che però davvero non manca, e che sta anche alle spalle della scelta di Qi Lu ma anche sfugge all’osservazione da Occidente, è il talento per la ricerca. Se ancora è complesso trovare esperti e data scientist in Cina, il quadro sta cambiando e si tratta spesso di personalità con background fortissimi. Basti pensare che ormai da anni il Paese è sistematicamente in cima alle classifiche Ocse-Pisa per quel che riguarda non solo le competenze matematiche ma anche in lettura e scienze. Questo retroterra formativo darà frutti eccezionali nei prossimi anni, proprio in concomitanza con l’approfondirsi di questi campi di ricerca (ai quali, abbiamo visto, non mancheranno fondi) che hanno anche dato vita a una serie di corsi specializzati nelle facoltà degli atenei cinesi. Già al momento due esperti di AI su cinque al mondo sono cinesi. Figurarsi di come potrà cambiare lo scenario.

Ulteriore elemento centrale a uno sviluppo rapido e veloce delle soluzioni di intelligenza artificiale, lo abbiamo visto più volte, sono i big data. Anche quelli – come capitali e talenti – non mancano a Pechino. Più ci sono dati disponibili e di buona qualità più gli algoritmi saranno in grado di imparare rapidamente e produrre risultati soddisfacenti. Innescando un circolo virtuoso. In questo senso le ragioni del vantaggio cinese non si legano ad alcuna tradizione né prassi ma alla mera numerosità: 1,4 miliardi di persone che producono ogni giorno più dati e informazioni elaborabili – visto che, fra l’altro, è una popolazione iperconnessa – di tutti gli altri Paesi del mondo messi insieme. Gli utenti della rete sono circa 730 milioni, quasi tutti mobile.

Una chicca? I dati audio: dal momento che digitale in caratteri cinesi è più complesso che in alfabeto latino l’utenza cinese tende a utilizzare moltissimo i servizi di riconoscimento e gestione vocale. Inutile dire che si tratta di uno sterminato corpus d’informazioni preziosissimo per le società tecnologiche, che possono sfruttarlo per addestrare i loro sistemi. Così come il fatto stesso che la stragrande maggioranza si colleghi da smartphone e non sembri mostrare (complesso, d’altronde, in una dittatura, particolari problemi di privacy): come noto i dati prodotti da dispositivi mobili sono più utili perché forieri di maggiori informazioni sugli utenti e i contesti in cui si muovono. Senza contare l’abitudine, sempre più forte, di gestire le microtransazioni tramite sistemi come WeChat Pay e Alipay. In questo senso è lo stile di vita che sostiene un campo di ricerca.

La Cina è dunque già ora il Paese in cui un chatbot di Microsoft, Xiaoice, può vantare 100 milioni di utenti e si sta allargando anche a risposte creative divenendo una specie di assistente virtuale 2.0, e in cui il governo lavora a stretto contatto con i colossi tecnologici. Non sempre con obiettivi chiari e trasparenti, ovviamente – come per le collaborazioni con Baidu, in particolare sulla gestione dei big data per prevenire gli assembramenti di persone, o per i sistemi predittivi del crimine sviluppati con Cloud Walk – ma le soluzioni tecnologiche spesso non hanno sapore o colore.

Gli investimenti di Stato sono pazzeschi e puntano dunque a fare del Paese la capitale dell’IA entro il 2030. L’8 luglio scorso il Consiglio di Stato, l’organo supremo di Pechino, ha approvato un piano strutturato su tre livelli: la prima fase punterà a mettersi al passo di tecnologie e applicazioni del settore entro un paio di anni, cioè per il 2020. La seconda a raggiungere target primari entro un quinquennio, cioè 2025. La terza l’incoronazione: fare della Cina il leader mondiale entro il 2030. Insomma, il punto è che l’intelligenza artificiale è stata scelta come uno dei comparti per guidare la trasformazione della manifattura cinese verso l’eccellenza tecnologica: al servizio dell’operazione ci sono risorse stimate in 150 miliardi di yuan (circa 22 miliardi di dollari) da utilizzare entro il 2020, mentre i settori legati all'AI sono valutati 1.000 miliardi di yuan, secondo le proiezioni governative. Entro il 2025, questi valori saliranno, rispettivamente a 400 e 5mila miliardi di yuan (cioè quasi 750 miliardi di dollari).

Un’aggressione in piena regola che ha alla testa colossi come Alibaba – che sta investendo miliardi per diventare il numero uno nel cloud computing potenziato dall’intelligenza artificiale in vari campi, dalla mobilità alla salute – o Baidu, che sta puntando sulla guida autonoma da lanciare sul mercato entro l’ano prossimo con l’auto Apollo.