Software per la catalogazione di dati, algoritmi che analizzano i documenti, avvocati-robot. Fino alla tecnologia che sta mobilitando investimenti miliardari dei grandi gruppi tecnologici: i chatbot, gli assistenti vocali capaci di rispondere ai clienti con un grado di precisione simile a quello umano. Le soluzioni di intelligenza artificiale stanno prendendo piede negli studi di professionisti di tutto il mondo, secondo un obiettivo generale: dare una sforbiciata alle «mansioni di routine», smaltendo il lavoro ripetitivo e a basso valore aggiunto che si incrocia nell'agenda di avvocati, commercialisti, consulenti e notai. I software possono sobbarcarsi funzioni di due diligence (la verifica dei dati di bilancio) o setacciare a velocità-record la documentazione che esiste in giurisprudenza su un caso prossimo al tribunale. Uno studio di McKinsey ha stimato che l’integrazione dell’intelligenza artificiale condurrebbe a una sforbiciata del 13% sulle ore di ufficio degli avvocati, ma altri report hanno alzato l’asticella anche oltre il 20%. L'Italia se ne è accorta? Sì, ma solo in parte. Se si considera che solo uno studio su tre si è dotato di un software di gestione controllo, la sfida della artificial intelligence “professionale” rischia di essere ancora lunga.