di Francesco Musolino

 

Sin dalla notte dei tempi, alziamo gli occhi al cielo e ci poniamo le domande fondamentali circa la vita e la morte, sul nostro destino e la vita fra le stelle. Questi temi ispirano grandi pensatori – scrittori, artisti, cineasti e poeti – da sempre. Ma mentre la fantasia ci può spingere e far veleggiare lontano, guardiamo alla scienza per avere le risposte, per sapere di che sostanza sono fatti i nostri sogni. Per questo motivo tutto ciò che riguarda la ricerca della vita su altri pianeti esercita tanto fascino su noi, l’ipotesi di un nuovo inizio incontra il segreto stesso della scintilla finalmente disvelato.  E ancor più importante, cercando la vita sugli altri pianeti stiamo dando un impulso alla ricerca che ci potrebbe già oggi garantire un vantaggio concreto, permettendoci di scongiurare future epidemie tramite l’elaborazione in tempo reale di informazioni microbiologiche sul campo. Proprio a tal riguardo, uno studio recente, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Microbiology, dimostra la possibilità di utilizzare strumenti scientifici miniaturizzati e tecniche avanguardiste di microbiologia per identificare ed esaminare gli organismi a nord del Canada, ovvero in uno degli ambienti più simili a Marte che ci siano sul pianeta Terra. Del resto, la ricerca di vita nel sistema solare è uno degli obiettivi principali dell'esplorazione planetaria nei prossimi decenni e le risorse investite saranno sempre maggiori.

 

Lo studio in questione ribalta le condizioni attuali. Oggi la maggior parte degli strumenti sulle missioni astrobiologiche sta già cercando condizioni abitabili – ovvero piccole molecole organiche e altre "biosignature" che generalmente non potrebbero essere formate senza vita – ma il problema è che questi dati forniscono solo prove indirette della vita. Inoltre, gli attuali strumenti sino ad oggi a disposizione esigono elevati requisiti energetici. Ciò li rende inadatti alle missioni su Europa ed Encelado – rispettivamente i satelliti naturali di Giove e Saturno - che, insieme a Marte, sono gli obiettivi astrobiologici primari nella ricerca di vita nel nostro sistema solare. Marte è un pianeta molto freddo e arido, con un terreno di permafrost che assomiglia molto a quello che troviamo nell'alto Artico canadese" – afferma Jacqueline Goordial, una fra i responsabili dello studio realizzato dalla McGill University – “per questo motivo, abbiamo scelto un sito a circa 900 km dal Polo Nord come ambiente analogo a Marte per prelevare campioni e testare i nostri metodi. Del resto la ricerca della vita è un obiettivo principale dell'esplorazione planetaria, ma non c'è stata strumentazione diretta di rilevamento della vita in una missione sin dagli anni '70. Con questo lavoro internazionale vogliamo fornire una prova del concetto che la vita microbica può essere rilevata e identificata direttamente utilizzando strumenti portatili, a basso peso e a basso consumo energetico”.

Questa l’idea decisamente innovativa del team della Goordial e del professor Lyle Whyte, quella di utilizzare la tecnologia esistente e portatile, in inediti scenari ovvero creando una "piattaforma di rilevamento della vita", un dispositivo portatile di sequenziamento del DNA in miniatura (Oxford Nanopore MiniON) in grado di coltivare microrganismi dai campioni di suolo, valutare l'attività microbica e sequenziare il DNA e l'RNA. “L’eventuale riscontro di acidi nucleici nei campioni di permafrost marziani fornirebbe prove inequivocabili della vita su un altro mondo” ha affermato la dottoressa Lyle Whyte, che insegna al Dipartimento di Scienze delle risorse naturali presso la McGill University. Ma, alla luce del fatto che l’Oxford Nanopore MiniON non è ancora pronto per una missione spaziale, è già possibile sfruttarne le potenziali applicazioni qui, sulla Terra: “mediante i dati forniti da questa piattaforma di rilevamento dimostriamo fattivamente che gli studi sull'ecologia microbica possono finalmente essere eseguiti in tempo reale, direttamente sul sito ed anche in ambienti estremi come l'Artico e l'Antartico", ha affermato la dottoressa Goordial.

Questi nuovi scenari, l’acquisizione di informazioni in tempo reale e la possibilità di individuare patogeni in aree remote, potrebbero fornirci un grande vantaggio per scongiurare future epidemie in tempi rapidi. Finché un giorno, finalmente, scopriremo prove certe della vita fra le stelle e incontreremo altre civiltà: “Sì – ha concluso la dottoressa Goordial – questo è un momento magico per l'astrobiologia”.