di Sara Magro

In undici anni di lavoro in un giornale di turismo avrò letto 3000 reportage di viaggio. Articoli dimenticabili, spesso scritti male, senza una trama, senza uno stile, senza una ricerca linguistica. Di bello ricordo, poco, giusto una Dubai raccontata come Disneyland; la storia d’amore che ha provocato un monumento immenso come il Taj Mahal; la foresta amazzonica con una radiolina che trasmetteva le canzoni di Rita Pavone. Per il resto, sequele di luoghi comuni e frasi stereotipate, gira a destra, svolta a sinistra, gps di parole che stuzzicano poco la fantasia.

Non amo neppure la letteratura di viaggio. Se invece leggo Donna Flor e i suoi due mariti, mi viene voglia di prenotare un volo per Bahia e quando leggo Cent’anni di solitudine partirei subito per Cartagena, sicura di trovare qualcosa. E così per il Portogallo di José Saramago, la Silicon Valley di Dave Eggers, persino la Chernobyl tragicomica di Gary Shteyngart e l’angosciante Città di K di Ágota Kristóf. Mi piacciono i luoghi quando sono lo scenario della grande letteratura, e trapelano in dettagli, non quando sono i protagonisti. Nel secondo caso, i risultati sono spesso mediocri, anche per pugno di bravi autori.

Quando sono diventata freelance, ho promesso a me stessa che non avrei bussato alle porte delle redazioni per scrivere l’ennesimo noioso reportage. Ho scelto il blogging, ho scelto di passare al digitale. Lo apprezzo per la sua democrazia d’accesso, la potenzialità di aggiornamento, la libertà di espressione e sperimentazione, la sua vastità. Che poi sono anche i suoi limiti. C’è troppo di tutto, ed è difficile filtrare. Filtrare: ecco la parola chiave, tra l’altro, come giornalista, molto pertinente. Per essere utile ai viaggiatori volevo diventare un mediatore conveniente tra milioni di informazioni, selezionare con criterio. Ho dovuto scegliere una linea editoriale, uno stile, un target, un limite. Sul web, con un formato uguale a un doc di word, potevo scrivere finché volevo, pubblicarlo e metterlo in un clic a disposizione di un pubblico immenso. Ma di nuovo, 'immenso' non è un’unità di misura. 'Pochi amici e pochi follower ma veri' è il mio obiettivo. Io informo e non vendo nulla, chi è interessato può accedere. Mi accontento dell’awareness come scopo, del sentiment come riscontro, più in senso tradizionale che tecnico. Lavorare autonomamente online permette di costruirsi un proprio pubblico; il web dà spazio alla libertà di opinione e all’indipendenza del giornalista, è il luogo dell’aggiornamento in tempo reale, offre possibilità di rettifica, e valorizza chi pubblica per primo. Per tutte queste ragioni, ho scelto di diventare una giornalista digitale, di fondare un quotidiano di turismo online, di usare i social come edicola personale.

Ma non è stato facile, perché organizzare innumerevoli frammenti di viaggio in temi unitari e fruibili è un’impresa titanica e non ancora conclusa. Il web è un terreno fertile dove sperimentare idee, ma è anche un terreno liquido senza punti di riferimento stabili. Non ho mi sono mai preoccupata troppo degli algoritmi di Google o Facebook: ho preferito invece focalizzarmi sui contenuti, sullo stile con cui esprimerli, sulla scelta iconografica, e sulla grafica delle pagine. Cose che ho imparato offline, lavorando per anni in un giornale patinato, esteticamente preciso.

Morale, nel 2011 ho fondato il sito thetravelnews.it, subito dopo ho aperto il suo account twitter, e poco prima il mio profilo personale Facebook, poi quello della testata. Instagram invece l’ho attivato subito, appena è comparso, Linkedin anche. Ho creato gli account Youtube, Google+ e Pinterest, ma li uso meno. Sono indispensabili, permettono di moltiplicare e approfondire gli aspetti di una destinazione in modi diversi, dal backstage ai flash emozionali, dai link alle cartoline.

Per scelta, evito di raccontare i luoghi comuni di un posto. Non per snobismo, ma perché ritengo che a quel ruolo assolvano perfettamente le guide, cartacee e non. Cerco invece di raccontare le motivazioni che mi hanno spinto ad andare in Perù, in Botswana, a Panama, a Monte-Carlo. Cerco di scovare i luoghi espressivi come il bar di Mancora dove si ritrovano i surfisti, il ristorante di alta cucina vegana di Berlino, e la vista sul Tamigi dalla nuova ala della Tate Modern.


 

Non l’ho ancora fatto, ma sto progettando il mio primo servizio crossmediale. Più che altro è un modo di dare un ordine a ciò che già faccio. Mi spiego. Vogue mi commissiona un articolo su Abu Dhabi, e scelgo di svelare con rispettosa delicatezza le donne della capitale degli Emirati. Conosco una delle curatrici della collezione Guggenheim, vado a casa di una mecenate di giovani artisti locali, incontro una designer divorziata con una figlia che vive con il nuovo compagno, conosco la chef che sta cercando di codificare la cucina tradizionale emiratina. Visito i cantieri dei musei in costruzione, dormo in una suite con maggiordomo all’Emirates Palace. Pranzo nei cinque stelle o nei ristoranti frequentati dagli occidentali. Vado alla moschea contemporanea più bella che si possa immaginare. Leggo articoli sulla schiavitù degli operai pachistani e della nomina al Governo di una ventiduenne come ministro della Felicità. Simultaneamente condivido gli incontri con le persone su Facebook, i monumenti e i locali su Instagram, i link agli articoli su Twitter. Faccio piccoli video. Ogni giorno allo stesso orario pubblico un resoconto della giornata sul sito e lo condivido sulla relativa pagina facebook, twitter, google+, linkedin. Come trait d’union scelgo gli hashtag: #nomedellapersona, #nome di hotel, locale, piazza, monumento, #luogo, #destinazione, e la mia testata #thetravelnews, come luogo di raccolta. Tutto dovrebbe accadere simultaneamente per dare unità temporale al servizio, e le informazioni dovrebbero essere fruibile grazie agli hashtag. Si crea così un racconto di viaggio a puntate, una specie di miniserie, e un possibile format, che eventualmente si potrà unificare in guide aggiornate, da scaricare o stampare. A dire il vero, finora non l’ho ancora sperimentato con metodo, piuttosto in modo anarchico e sicuramente ideale. Credo tuttavia che sia la strada giusta.

Sul web ho imparato anche a valutare velocemente il feedback del mio lavoro. A parte qualche post senza riscontro perché non riuscito o non maturo per il momento, generalmente l’indice di gradimento, per chi non usa trucchi, è un riscontro importante. Facebook è il social che uso di più e quasi quotidianamente, sul quale, oltre al mio profilo personale, ho creato i gruppi Hotel Tribe e Sibaritaly e le pagine thetravelnews.it e I miei viaggi. Il mio profilo è forse il progetto a cui mi sono dedicata di più, per ispessire il ritratto con sprazzi di background, entourage, gusti, momenti privati.

Come giornalista di viaggi e come personalità vagamente schizofrenica mi risulterebbe impossibile prescindere ormai dalla mia attività multimediale di mobile journalism, nonostante l’impegno, la concentrazione e la costanza che richiede. Ma non conosco strumento più versatile. Permette di essere cronista, editorialista, regista, fotografo, photo editor – e di esercitare diverse abilità: scrittura, ricerca, tempestività, versatilità.

Ma soprattutto permette di superare il format delle riviste di viaggio, di provare altri modi di raccontare, per poi, magari, tornare alla carta con proposte raffinate ed elaborate, come un giornale di short stories scritte bene dove le mete sono scenari d’ispirazione. E mentre progetto un viaggio live in Italia, penso sì alla sua funzione pratica di farne conoscere le straordinarie bellezze, ma penso anche suo potenziale virtuale, se con più telecamere riuscissi a creare un reportage in 3D, portando con me i miei interlocutori, in posti in cui non possono essere fisicamente e far loro provare emozioni a 360°. Perché chi l’ha detto che il virtuale non è reale? Può far sognare, emozionare e appassionare davvero. E non è un modo di viaggiare anche questo? Probabilmente, a breve Total Recall e Matrix non saranno più fantascienza.