Il progetto è affascinante: potenziare i veicoli che spediamo nello Spazio con le soluzioni dell’intelligenza artificiale. Il vantaggio fondamentale sarebbe uno: evitare i tempi lunghissimi, giorni mesi o addirittura anni, necessari per inviare istruzioni dalla Terra e ricevere i contenuti digitali raccolti nelle peregrinazioni fra pianeti e satelliti. Se capsule come Cassini, in orbita dal 1997 e pronta a schiantarsi su Saturno il prossimo 15 settembre concludendo un’onoratissima carriera, potessero decidere da sole il da farsi (ovviamente se e quando necessario) la storia dell’esplorazione spaziale prenderebbe una svolta. Ne uscirebbe completamente ribaltata.

Non a caso gli scienziati della Nasa, l’agenzia spaziale statunitense, ci stanno pensando. Stanno cioè studiando come equipaggiare navicelle, capsule e veicoli di vario genere – compresi quelli che arriveranno, ancora tutti da immaginare – con l’intelligenza artificiale. D’altronde non c’è scenario più complesso e sconosciuto di quello spaziale: le qualità del deep e del machine learning, cioè degli algoritmi in grado di assumere in autonomia una serie di decisioni adattandosi al contesto (e che contesto) sembrano più adeguate tanto alle orbite celesti quanto alla vita di tutti i giorni sulla Terra.

Non solo, appunto, intelligenza artificiale ma anche necessità di imparare (e molto) dalla strada verso le stelle e gli altri corpi celesti: “Effettuando le loro decisioni d’esplorazione in autonomia le navi spaziali robotiche potranno condurre le investigazioni scientifiche tradizionali in modo più efficiente ma anche fare ulteriori osservazioni altrimenti impossibili come rispondere ai segnali di una cometa emessi a milioni di miglia dalla Terra” scrivono Steve Chien e Kiri Wagstaff, scienziati del celebre Jet Propulsion Laboratory del California Institute of Technology nei pressi di Pasadena, in California, che hanno costruito questo scenario in una ricerca pubblicata su Science Robotic.

Navi autonome, proprio come le automobili che stanno per colonizzare le nostre strade, in grado di decidere da sole. Un esempio concreto potrebbe riguardare valutare con massima precisione le differenze fra una tempesta e condizioni normali in un pianeta distante tenuto sotto osservazione. Appare chiaro che la qualità delle informazioni così trasmesse alla base sarebbe infinitamente più elevata di quella legata ai rilievi, già piuttosto importanti, in grado di raccogliere oggi. Piattaforme come Google e Facebook sono al momento in grado di riconoscere animali o fattezze umane all’interno di uno scatto. Domani un sistema che equipaggi una simile navicella potrebbe valutare nell’immediato se ciò che vede ad alcune migliaia di chilometri, sulla superficie di un pianeta, sia neve o ghiaccio, acqua ferma o in movimento, particelle di vario tipo e rocce di un certo genere. E così via.

Dunque i punti sono in realtà due: riduzione delle istruzioni necessarie all’“itinerario”, per così dire, da percorrere e impennata qualitativa delle informazioni raccolte. Da questi due elementi deriva anche la possibilità di lanciarsi sempre più lontano, per esempio fino ad Alpha Centauri, il sistema stellare triplo situato nella costellazione australe del Centauro. Da quelle parti già dal 2012 e poi in seguito, per esempio l’anno scorso, è stata documentata la presenza di un pianeta terrestre che ruota intorno a Proxima Centauri, la terza stella che compone il sistema e la più vicina alla Terra escluso ovviamente il Sole. Parliamo, per tornare al tema dell’intelligenza artificiale, di distanze notevoli: 4,3 anni luce da noi.

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Se dovessimo inviare un veicolo in questo momento, le comunicazioni fra di esso e la Terra sarebbero gestire dagli scienziati della generazione successiva a quella che l’ha spedito. Ecco perché la possibilità di decidere in autonomia spalancherebbe una serie di opportunità di enorme fascino: non oggetti lanciati a caso all’esplorazione dello Spazio profondo ma intelligenze in grado, almeno entro certi limiti, di compiere scelte e movimenti sensati e adeguati alla situazione. In sostanza la nuova generazione di robot spaziali dovrà essere in grado di individuare da sé “punti di interesse” in base per esempio a fattori mai registrati in precedenza e, processando al contempo i dati, adattare i piani originali – o quelli già modificati in precedenza, alle necessità di un certo frangente spaziale.

Qualcosa di simile, anche se limitatamente a un rover, sta già avvenendo su Marte. È il caso di Aegis, l’Autonomous Exploration for Gathering Increased Science che è operativo dal 2016 all’interno del Mars Science Laboratory Curiosity a lavoro sulla superficie del Pianeta Rosso. Si tratta del sistema utilizzato per gestire ChemCam, lo spettrometro geochimico di bordo piazzato sulla testa di Curiosity che fonde col laser piccole quantità di roccia per analizzarne i fumi. Bene, anzi benissimo: dallo scorso anno Aegis ha individuato da solo numerosi bersagli per il laser, più di una cinquantina, entrando in funzione specialmente quando Curiosity è in attesa di ordini dal team sulla Terra, portando così a compimento più compiti in meno tempo, massimizzandone l’utilità scientifica.

Solo un piccolo esempio che lascia intendere gli sviluppi possibili di simili aiuti. Già nel prossimo rover che sarà spedito su Marte nel 2020, il gemello di Curiosity spedito inviato in cerca di tracce di vita nella seconda fase del programma russoeuropeo ExoMars, si vedranno altre soluzioni: il robottino aggiusterà i suoi processi di raccolta dei dati in base alle risorse disponibili.

“L’enorme ruolo dell’intelligenza artificiale è fare in modo che gli esseri umani siano al riparto dai pericoli, non vogliamo che gli astronauti passino tutto il loro tempo ad assicurarsi che i loro sistemi di sopravvivenza funzionino” ha spiegato Chien sottolineando anche il ruolo di supporto di questi sistemi, un po’ alla Hal 9000 di 2001: Odissea nello Spazio. Lo scenario disegnato dall’indagine appena pubblicata con la scienziata Wagstaff è infatti molto più ampio. Vi si immagina per esempio la possibilità che i mezzi spaziali così equipaggiati possano in qualche modo lavorare all’unisono se impegnati in missioni simili o “vicine”, condividendo la potenza di calcolo per superare così ostacoli che per uno solo di essi sarebbero impossibili. Insomma, il peso dell’intelligenza artificiale potrebbe presto vedersi di più nello Spazio che a Terra.