di Sarah Spinazzola

Siamo nell’epoca della “moda veloce”, questo sostengono gli esperti. Il mercato di oggi, segnato da un sistema di produzione rapido, promette un’altrettanta rapida trasformazione delle tendenze e dei prezzi, spesso davvero bassi. Le marche di questa moda veloce dominano non solo le vetrine ma anche i nostri guardaroba e rappresentano il più grande successo mondiale nel settore del fashion, il cui fatturato si aggira sui tre trilioni di dollari.

Bene, ma a quale prezzo? È emerso che la moda è tra le prime cinque industrie più inquinanti nel mondo, a pari merito con quella petrolchimica. Se è vero che porre l’accento sull’importanza di proteggere l’ecosistema è diventato il leitmotiv dei nostri tempi, cosa sta facendo l’industria della moda a tal proposito? Quali misure può mettere in atto? Vediamo cosa dicono gli esperti e i designer riguardo alle soluzioni per una moda più “green” e sostenibile.

Nonostante diversi progettisti da tempo promuovano una moda ecosostenibile, i grandi marchi sono ancora lenti nel mostrare la loro preoccupazione per l’ambiente. Tuttavia, è stato proprio il “Green Carpet Fashion Awards”, durante l’ultima settimana della moda di Milano, a portare una ventata d’aria fresca con tessuti innovativi, inclusi quelli prodotti da rifiuti alimentari. Tra le tante star al Teatro Lirico della Scala che hanno percorso il tappeto rigorosamente verde, un green carpet ottenuto con vecchie reti da pesca e tappeti, c’erano Gisele Bundchen, Naomi Campbell, Colin Firth, e Armani. Un modello ha indossato un abito composto da scarti di mela, creato dal designer Matje Benedetti, che ha spiegato come la polpa della mela, scarto dell’industria, se mescolata con il poliuretano può sviluppare una particolare fibra. Riconoscimenti sono andati anche alla Orange Fiber, una società di filati che recupera gli scarti degli agrumi.

E non è tutto. Da New York, la start-up Modern Meadows sta lavorando insieme al direttore creativo Suzanne Lee e ai biologi per la produzione di biofibra in laboratorio. Questo apre uno scenario futuro in cui le mucche non saranno più necessarie per ottenere una borsa. Per non parlare dell’azienda Bolt Threads che ha stanziato milioni di dollari per portare sul mercato la sua seta di ragno (Stella McCartney ha progettato il materiale) mentre l’imprenditore Miroslava Duma ha da poco messo a disposizione 50 milioni di dollari per immettere nuove fibre e tessuti sostenibili sul mercato.

La strada della rivoluzione dei tessuti è ancora lunga, se si pensa che ci si veste ancora col poliestere, materiale introdotto sul mercato nel 1943! Eppure il futuro sembra essere già qui, perché il designer Danit Peleg realizza le sue collezioni con una stampante 3D.

Di fronte a questi passi avanti, esiste ad oggi una risposta più immediata che non richieda l’uso della tecnologia? La risposta ce la fornisce il professor Carolyn Mair, psicologo, che ha osservato quanto siamo inclini a non disfarci di quei capi nel nostro armadio con cui abbiamo stabilito un forte legame personale. Mair cita il suo esempio preferito: “i pantaloni fortunati”. Molte persone possiedono un abito che segretamente contiene in sé il significato di un talismano. Ed è proprio la ricerca WRAP a dimostrare che allungare la vita dei vestiti di nove mesi, nel Regno Unito, riduce l’impatto ambientale di circa il 20-30%.

Lunga vita ai vestiti dunque, in attesa di tempi migliori.