La robotica umanoide insegue uno dei sogni dell’umanità: realizzare un’entità il più simile possibile agli umani con capacità computazionali e potenza di azione straordinarie: i robot. Queste macchine automatiche dotate di intelligenza artificiale e di notevoli capacità di intervento, che saranno i nostri avatar su Marte e lo sono già negli abissi oceanici, nascono dall’evoluzione e dall’interazione tra automazione e cibernetica, informatica e fisica, e recentemente sono uscite dalla “segregazione” delle fabbriche per entrare a far parte delle entità e degli oggetti intelligenti di cui disponiamo. Più dello smartphone, dell’intelligent watch, dei tablet, di tutti gli IoT che il mercato ci offre, i robot — soprattutto quelli umanoidi — saranno dotati di capacità di interazione con gli umani oggi impensabili.

Uno degli interrogativi dei robotici è stato capire se la forma umanoide sia effettivamente funzionale alle attività richieste ai robot collaboratori. La forma umanoide ha sollevato alcuni dubbi, poiché potrebbe far sorgere imbarazzanti confusioni tra naturale e artificiale. D’altra parte, però, se i robot che operano in un ambiente antropico sono dotati di una forma umanoide è senza dubbio un vantaggio, poiché gli spazi, gli oggetti e le strutture sociali degli umani sono costruiti a nostro uso e consumo. Il design del robot umanoide corrisponde anche alla necessità degli umani di antropomorfizzare oggetti e animali. Il nostro antropocentrismo si trasferisce nell’artificiale e amiamo essere circondati da entità simili a noi.

Ma quali problemi robotici comporta la realizzazione di un umanoide “companion”? Quali le sue potenziali funzioni? E quali problemi etici, legali e sociali potranno sorgere da un’invasione di robot umanoidi nelle nostre case, ospedali, scuole?

Un sogno antico quanto gli umani

Dagli automi azionati ad acqua della Grecia classica, alle bambole meccaniche dell’antico Giappone, passando per i robot a orologeria francesi, fino ai robot umanoidi contemporanei, il desiderio degli umani di replicare se stessi in forma artificiale ha accompagnato la storia delle avventure umane, assieme a quella altrettanto “folle” del volo e dell’esplorazione spaziale. Gli umani imitano la natura e allo stesso tempo ambiscono a sfidarla, oscillando tra l’ammirazione per le meraviglie del mondo naturale e l’hybris prometeica che ci fa progettare oggetti artificiali ancora più straordinari. Dedalo, il primo ingegnere della storia, progetta macchine orribili e poi realizza il labirinto dove rinchiudere le creature che ne sono uscite, il Minotauro.

I robot possono contribuire ad aumentare la qualità di vita degli umani poiché possono operare in ambienti pericolosi, dannosi o impossibili. Vari decenni di robot antropomorfi (bracci robotici) progettati e applicati alla produzione di autoveicoli e lo sviluppo rapido dell’intelligenza artificiale e della sensoristica hanno generato una ricchezza di conoscenze e applicazioni robotiche che hanno permesso lo sviluppo di nuovi e più efficienti robot umanoidi. Oggi le “mani” degli umanoidi possono svolgere moltissimi compiti con grande destrezza e, ovviamente, con maggiore potenza, precisione e infaticabilità delle nostre. Anche la camminata dell’umanoide si è perfezionata, grazie al miglioramento dei sistemi di controllo e dei software.

I problemi, però, sono ancora molti. Proprio per la loro mission di cooperare con gli umani in ambienti antropizzati su compiti complessi, i robot umanoidi devono essere progettati per riconoscere situazioni non previste ed imprevedibili. Devono essere dotati di capacità di “apprendimento” e saper agire in case, ospedali, scuole, fabbriche anche su compiti che prevedono che il robot possa accedere a banche di dati ed eventi online per verificare se esistano risposte a soluzioni non previste. Questo apprendimento, a sua volta, è basato sulla quantità e sulla qualità di numeri sempre maggiori di modelli che vengono inseriti nel robot, modelli che fanno riferimento a situazioni che il robot può incontrare nelle sue operazioni e a modifiche dell’ambiente in cui esso dovrà operare. Ovviamente, non potendo immaginare tutte le possibili situazioni, i modelli sono su base statistica, e più grande sarà la quantità di esempi e variabili, migliore sarà la risposta del robot e il suo livello di apprendimento. Tuttavia, la predizione di correttezza sarà sempre approssimativa.

Come comunichiamo con i robot i nostri desideri o comandi?

La comunicazione tra umani e robot si chiama Human-Robot interaction (HRI) e procede in vari modi, per esempio, “insegnando” al robot a riconoscere i nostri gesti e a seguirci nell’ambiente. Un altro sistema di comunicazione è il cosiddetto “speech to text” dove l’umano usa comandi verbali che i software del robot convertono in dati testuali e poi in segnali digitali, linguaggio che il robot comprende più facilmente. Al momento stiamo parlando ancora di prototipi. Ancora non vediamo robot umanoidi nei nostri ambienti, ma non è lontano il giorno in cui i robot umanoidi potranno assistere gli anziani in compiti relativamente semplici quali sorvegliare l’abitazione e controllarne la sicurezza, mantenere i contatti con i familiari, ricordare le terapie, controllare parametri vitali e rallegrare l’umano leggendo ad alta voce o cantando.

Uno dei settori in cui robot umanoidi sono già stati impiegati con successo è quello del sostegno all’apprendimento, specialmente di bambini con diverse disabilità (con sindrome dello spettro autistico, o disabilità cognitive), e nell’assistenza alla riabilitazione. A mano a mano che gli umanoidi saranno migliorati nelle loro prestazioni, diventerà quasi normale collaborare con uno di loro nella visita a un museo, nella scelta dell’autoveicolo da acquistare, nell’assistenza all’insegnamento o nell’aiuto in famiglia.

Dobbiamo preoccuparci?

Un campo di studio che riunisce le scienze sociali e la robotica, e che studia gli aspetti etici, legali e sociali della robotica avanzata si chiama Roboetica. Si occupa di analizzare le implicazioni dell’impiego dei robot per la società umana. Alcuni dei problemi affrontati dalla Roboetica rispetto ai robot umanoidi sono l’impossibilità predittiva relativamente al loro comportamento; la necessità della tracciabilità e della valutazione delle loro azioni e procedure; la necessità della identificazione univoca di ogni robot; la necessità che ogni umanoide sia dotato di una “scatola nera” che contenga tutti i dati in caso di guasti o incidenti.

Un interrogativo che ci siamo posti in Roboetica è: fino a che punto di imitazione dell’essere umano si dovrebbe arrivare nei robot umanoidi? Il design e l’imitazione dell’umano dovrebbero tendere a far quasi sparire le differenze? In realtà, sembra che uno dei principi della percezione umana ponga un limite all’identificazione, e che oltre una certa soglia di imitazione degli umani gli umanoidi ingenerino poi diffidenza e rifiuto.

Meglio un po’ meno “umani”, dunque.

La ribellione dei robot?

Il mito della ribellione dei robot è probabilmente una traslazione moderna delle effettive e storicamente fondate ribellione degli schiavi, quelli umani però. Un robot non potrà ribellarsi, tutt’al più rompersi, guastarsi, funzionare male, come ogni tecnologia, anche la più sofisticata. L’alta complessità di robot umanoidi che agiscano in ambienti nulla o poco strutturati e abitati da umani può essere immaginata se pensiamo che le loro varie parti proverranno da diversi progettisti e produttori, secondo standard che dovranno essere armonizzati. A oggi, stiamo ancora combattendo con diversi standard nel settore informatico e delle reti, e impazziamo quando un file in word passa da un computer all’altro. Questo, senza tener conto dei virus, degli hacker, e del terrorismo tecnologico.

Non mi preoccuperei quindi della ribellione degli automi. Ma di ben altro.

Come ogni tecnologia, il vero problema sta nell’uso che ne facciamo, e dal controllo, situato nelle mani di pochi, delle stesse. L’umanità è progredita stabilendo leggi e consuetudini per temperare e “umanizzare” il rapido progresso delle tecnologie, ed alcune di queste, ideate per scopi bellici, sono poi diventate utili e benefiche per la società. Purtroppo, o per fortuna, non abbiamo alternative se non spostare di alcuni passi avanti le leggi e le norme sociali, soprattutto tramite la cultura e l’educazione. 

Noi umani, infatti, stiamo costruendo i nostri Labirinti e nello stesso tempo progettiamo, come società di tanti Dedalo, il Filo d’Arianna che ci indichi la strada. Anche quel “filo”, etico, sociale, deriverà da una tecnologia ancora più sofisticata, sia questa fisica o sociale, sulla cui base progettare un società cooperativa di umani e umanoidi.