di Ilaria Calamandrei

Il futuro immaginato da scrittori e registi di fantascienza ha spesso incluso, nel paesaggio urbano che ha rappresentato, un’evoluzione delle tecniche di pubblicità. Steven Spielberg in Ritorno al futuro II immaginò la sua stessa saga Lo Squalo arrivata al diciannovesimo capitolo nel 2015, e reclamizzata con un ologramma che sbucava dal tetto del cinema e inghiottiva Marty McFly. Il Quinto Elemento, Blade Runner e In the Shell sono perfetti esempi di realtà distopiche in cui la pubblicità approccia i protagonisti con media futuristici ma già tecnicamente possibili. La preferita dai registi è sempre stata la pubblicità proiettata, e il display digitale ECHO della start-up inglese Lighvert Ltd è già in grado di creare tabelloni pubblicitari immateriali di dimensioni fino a 200 metri, utilizzando la tecnica di persistenza delle immagini luminose sulla retina dell’occhio, per cui è possibile una visione continua di fotogrammi proiettati ad una velocità non inferiore a otto al secondo.

Compagnie come VRtize, che puntano invece sulla creazione di una piattaforma che coinvolga il consumatore, propongono una pubblicità discreta, personalizzata e su richiesta, utilizzando realtà virtuale o aumentata: lo stesso genere di aggancio che ha attratto milioni di partecipanti alla caccia Pokemon Go.

Il Proximity Marketing della BlueBroadcaster propone wi-fi e bluetooth per connettere immediatamente i dispositivi dello shopper a quelli del negozio, analizzarne le abitudini e fornirgli i consigli per gli acquisti, come succede a Tom Cruise in Minority Report.

Bisognerà ancora attendere per vedere realizzati gli scenari dei due must della fantascienza per antonomasia, Star Wars e Star Trek. La connettività a velocità della luce li-fi, che permetterebbe a qualsiasi fonte luminosa di diventare un router, per scaricare ovunque una guida alla galassia, è ancora a metà fra ispirazione e concretezza tecnologica.