di Vanna Carlucci

Il cinema è, come sappiamo, un dispositivo sognante che attinge dal reale per inventare una nuova dimensione, una doppia realtà stratificata come custodia di spettri e corpi deformati: impulso dello sguardo quindi che risponde al desiderio della visione. Il cinema allora è una macchina desiderante che attraversa i circuiti dell’occhio per mezzo di una macchina da presa, che diventa strumento: la macchina cioè come oggetto di trasporto e trasvolo e perciò sinonimo di velivolo (addirittura, automobile) in cui è in corsa il nostro sguardo.

Se per Roland Barthes l’automobile diventa parola chiave e cioè la chiave di lettura attraverso la quale cercare di capire il tempo e la società in cui viviamo perché è oggetto mitico, “il prolungamento adulto [di] un gioco infantile”, allora non dobbiamo stupirci se l’automobile – come macchina desiderante – ha da sempre attraversato questo corpo-cinema per scucire e rompere, a sua volta, i limiti dell’immaginario. L’automobile è il risultato di una continua reinvenzione all’interno del concetto stesso di finzione: è un “oggetto magico”, direbbe ancora Barthes, capace di trasformarsi continuamente ed evolversi per diventare forza che si impadronisce della propria forma per mettersi in presenza e, forse, umanizzarsi.

Certo è che nella storia del cinema – territorio in cui si mette sempre in potenza l’immaginario e in cui ogni corpo-oggetto diventa altro da sé – diversi sono stati i film in cui l’automobile ha assunto un ruolo significativo proprio perché ha partecipato a questo gioco di iterazione. Animandosi, ad esempio, in Chi ha incastrato Rogger Rabbit o in Cars – Motori ruggenti, una road-movie nel cartoon; attraversando il tempo con la Delorean di Ritorno al futuro; prendendo la parola ma soprattutto automatizzandosi come avviene in Jurassic Park o ne Il quinto elemento, in un sorta di processo all’evoluzione in cui l’automobile diventa mostrum capace di prendere vita e di personalizzarsi, capace addirittura di spossessare l’essere umano del proprio ruolo di comando-pilota e di far inceppare inevitabilmente il proprio meccanismo per ribaltare le parti.

Ma nel cinema tutto è possibile, e se lo stupore e cioè la meraviglia sgranata negli occhi davanti alle mirabolanti avventure di un bolide pieno d’anima, si trasforma in business, allora è chiaro che la possibilità avrà – ai nostri giorni – un alto grado di realtà.