di Vanna Carlucci

“La verità è che da quando avevo 15 anni non ho mai smesso di viaggiare. Ho attraversato città inospitali, mi sono smarrito tra i mari e deserti, ho cambiato casa quarantaquattro volte, e conosciuto corpi che vagavano per la notte immensa… sono sempre andato avanti senza una meta sicura”

(Al Berto, L’angelo muto)


Il viaggio ha sempre costituito un movimento indisciplinato che ha significato allo stesso tempo un processo di evoluzione: attraversare luoghi e paesi diversi, attraversare l’ignoto secondo una durata lunga o breve ci ha condotto inevitabilmente a perderci per riscoprirci, o a perderci per la scoperta di un mondo nuovo. Oggi il significato stesso del viaggio ha cambiato, in un certo senso, la sua rotta di origine. Si viaggia “anche” per perdersi e per accorciare le distanze, per renderci più fruibili e avvicinabili a chi si trova all’altro capo del pianeta; si viaggia per piacere ma soprattutto per lavoro e non c’è più il tempo per lasciarsi andare all’ignoto “senza una meta sicura”, perché non si viaggia più come sprovveduti.

In un’epoca in cui la tecnologia è diventata pane di ogni giorno, un prodotto che è sempre nelle nostre mani, capiamo bene come Kayak Paul English abbia deciso di co-fondare LOLA, una app creata per assumersi il ruolo di agente di viaggio virtuale. LOLA è acronimo di longitudine e latitudine: già dal nome ci fornisce le coordinate per le quali è stata messa al mondo. LOLA vende voli, si occupa dei pernottamenti alberghieri, del noleggio di auto e affitto di appartamenti, oltre a cercare biglietti per eventi e spettacoli. Una guida virtuale sempre a portata di smartphone, certo, ma questa grande macchina è mossa e si tiene grazie al lavoro umano di esperti ingegneri. E da una squadra di agenti di viaggio la cui esperienza va ben oltre il bit luminoso di un’applicazione: perché, secondo le parole di Kayak Paul English, è fondamentale portare il fattore umano nella tecnologia.