di Vanna Carlucci

 

I rapporti tra cinema e danza non sono mai stati così stretti: niente a che vedere, ad esempio, con gli intrecci reciproci che uniscono cinema e musica. Eppure è strano: si tratta sempre di immagini, di movimenti, di persone nello spazio. Tutt'al più, abbiamo una manciata di pellicole in cui la settima arte graziosamente omaggia o si ispira alla danza; ma più interessata al plot retrostante (vedi Billy Elliot) che all'arte in sé. Cose più intriganti accadono quando è il ballo a farsi cinema, a rapportare il corpo alla macchina da presa. Come nel caso di Lily Baldwin.

Secondo J.L. Nancy “i corpi vengono a pesare gli uni contro gli altri, ecco il mondo”: ecco lo spazio che si allarga, ecco il movimento che nasce nelle immagini e nei corpi di Lily Baldwin. La sua carriera ha inizio come ballerina di danza contemporanea: il Metropolitan Opera Ballet, il Trisha Brown Dance Company, Faye Driscoll, Netta Yerushalmy, Doug Varone, David Neuman e altre compagnie di New York. La sua danza è un corpo fuori da ogni tipo di categorizzazione, è oltre, è anche nel cinema. Durante un tour con David Byrne – Everything That Happens Will Happen Today – inizia infatti un cambio di rotta, creando brevi cortometraggi in stop-motion: un percorso che la porterà ad utilizzare il corpo (il suo e non solo) per smuoverlo all’interno delle immagini.

Nei suoi lavori (citiamo SLEEPOVER LA, A JUICE BOX AFTERNOON, EA MEADOW) quello che Lily Baldwin cerca di fare è di avvicinare il più possibile il corpo del danzatore a quello della lente della macchina da presa, far sentire la pelle, metterlo in contatto per creare mondi e sentirli sussultare sottopelle, nel respiro che danza nella musica che diventa sottotesto, dialogo.

Questo accade anche e soprattutto in Through you ( grazie anche alla collaborazione di Saschka Unseld), che inscena una storia d'amore senza fine giocando con certi momenti di picco dell’intimità come il tradimento, la perdita, l'invecchiamento e il passare del tempo. Tutto questo filmato attraverso VR 360, che utilizza un sistema multicamera, formato da più telecamere posizionate radialmente; in questo modo la visione si apre a 360 gradi per una completa immersione nell’immagine, nella storia, nei corpi in cui vengono meno anche le stesse regole di regia cinematografica, perché qui è l’improvvisazione (tipica della danza contemporanea) e la sperimentazione a far sì che l’immagine stessa diventi mondo a 360 gradi, una lente che dialoga col corpo che danza per sentire tutto in potenza.