di Valerio Millefoglie

 

Un’assicuratrice bussa alla porta di una donna che è stata testimone di un incidente stradale. L’assicuratore porta con sé un piccolo schermo che nel design assomiglia a un vecchio personal computer. “A cosa serve?”, chiede la donna. “Accede ai ricordi di ciò che è accaduto”, risponde l’assicuratrice. Si collega al soggetto e, proprio come un nastro, permette di vedere sullo schermo ciò che la mente ha anche inconsapevolmente registrato. La donna però, qualche attimo prima di assistere all’incidente, ha commesso un omicidio. Ed è questo, soprattutto, che vuol tener nascosto all’assicuratrice. È la trama di “Crocodile”, la terza puntata del serial Black Mirror. L’episodio è stato prodotto mentre nella realtà i ricercatori dell’Università di Toronto Scarborough mostravano a tredici soggetti, sottoposti a un elettroencefalogramma, una serie di volti di sconosciuti, per la durata di una frazione di secondo. L’attività cerebrale registrata veniva successivamente utilizzata per ricostruire i volti degli sconosciuti. Riuscendo con successo a renderli molto simili agli originali. La ricerca, pubblicata sulla rivista eNeuro, è stata finanziata dal Consiglio per le ricerche in scienze naturali e ingegneria del Canada (NSERC). Dan Nemrodov, del dipartimento di Psicologia dell’Università di Toronto, ha spiegato: “Questa studio aprirà numerose possibilità, a partire dall’ambito delle indagini forensi, dove potranno essere ricostruiti gli identikit dai testimoni in base al loro segnale cerebrale. Oppure in ambito sanitario, dove il sistema potrà essere utilizzato da chi è affetto da deficit del linguaggio”. In quest’ultimo caso infatti la tecnica potrà aiutare le persone che non riescono ad esprimersi con la parola, e che potranno comunicare mostrando le immagini di ciò che percepiscono. Una vera e propria ricostruzione a base neurale di quello che una persona ricorda e immagina, o di ciò che desidera esprimere. “Quello che rende speciale lo studio – spiega sempre Dan Merodow – è che la ricostruzione dei volti è stata ottenuta utilizzando uno strumento relativamente economico e comune come l’elettroencefalogramma”. Insomma, uno strumento portatile per la ricerca della memoria. Poi, per spiegare più in dettaglio il procedimento, dice: “Quando vediamo qualcosa il nostro cervello crea una sorta di percezione mentale. Noi siamo riusciti a catturare questa percezione usando lo strumento dell’elettroencefalogramma (EEG) per ottenere un’illustrazione diretta di ciò che sta accadendo nel cervello durante questo processo. L’EEG cattura le onde cerebrali in una scala che raggiunge il millisecondo, quindi possiamo vedere con dettagli davvero precisi come la percezione di un volto si sviluppi nel nostro cervello”. La ricerca non si è fermata e nei laboratori dell’Università di Toronto stanno testando lo stesso meccanismo applicandolo però alla memoria di una gamma più ampia di ricordi, non solo volti quindi, ma anche oggetti. “La cosa davvero eccitante – dichiara Adrian Nestor, un altro ricercatore del team – è che non stiamo ricostruendo quadrati e triangoli ma immagini reali del volto di una persona. E tutto questo apre a molte possibilità: svela il contenuto soggettivo della nostra mente e fornisce un modo per accedere, esplorare e condividere il contenuto della nostra percezione, memoria e immaginazione”. Proprio Adrian Nestor, in passato, è riuscito a ricostruire le immagini facciali utilizzando i dati della risonanza magnetica funzionale. L’EEG risulta meno costosa, più pratica da trasportare e quindi con un potenziale pratico molto più alto. Avremo una macchina dei ricordi sempre con noi. La nostalgia sarà rivolta ai vuoti di memoria. “Dà una certa sensazione di leggerezza non sapere chi si è, da dove si viene e dove si va”. Questo è l’incipit del romanzo di Arto Pasilinna “Lo smemorato di Tapiola”, pubblicato nel 1991, che continua così: “Taavetti Rytkonen, sessantotto anni, si trovava esattamente in quella situazione. Era in viaggio, ma non aveva la minima idea di dove fosse diretto né ricordava da dove venisse”. In un futuro l’incipit potrebbe essere riscritto così: “Dà una certa sensazione di leggerezza non sapere chi si è, da dove si viene e dove si va. Ma non lo sapremo mai, perché ora ricordiamo tutto”.