di Leanne Shapton

Inizierò con una prova e non è per vendere, è perché il mio libro è pieno di cose di questo tipo. Sapete che abbiamo inviato domande a un migliaio di persone e abbiamo finito col pubblicare 640 delle loro risposte. Richiedere opinioni è lo spirito del libro e vorrei fare un po’ di domande a voi qui con me oggi, potete rispondermi alzando la mano:
 

Chi di voi oggi indossa qualcosa per cui ritiene di aver speso troppo?

 

Chi di voi oggi indossa qualcosa preso in prestito da un amico, dal fidanzato, da una persona che ama?

Uno, due…
 

Chi di voi qui vorrebbe essere vestito diversamente?

 

Chi di voi qui pensa di sembrare suo padre o sua madre?

 

Queste domande vi danno l’idea di come abbiamo iniziato a parlare con le persone di cosa indossavano. In pratica il libro è partito quando Sheila Heidi, una vecchia amica con cui ho lavorato per il catalogo di aste, stava cercando un libro su come si vestono le altre donne perché voleva vestirsi meglio. Così ha cercato fra gli scaffali dedicati di una grande libreria e ha scoperto che tutti i libri parlavano di come essere più francesi, erano pieni di foto di Audrey Hepburn e di modelli da imitare ma nessuno parlava del perché le donne indossano quello che indossano. Ha quindi inviato una mail a un gruppo di donne, compresa me e Heidi Julavits, che contenevano queste domande: “Cosa pensate quando vi vestite al mattino, chi ammirate per come si veste, quali sono le regole che avete e che pensate debbano tutti adottare”. E mentre Heidi e io pensavamo alle domande, lei ha esclamato: “Questo potrebbe essere un bel libro, non sarà come gli altri style book!”, e l’idea ha preso vita in quell’attimo. Mi hanno invitato a farne parte e io ho visto immediatamente come avrebbe potuto essere, come avrebbe potuto pesare e quale tono avrebbe dovuto avere, e penso sia stato divertente perché il libro c’era già in un certo senso, viste le nostre conversazioni sullo stile, che è dettato dai giganti mediatici dell’industria della moda, troppo spesso più orientati sulla pubblicità che sulla riflessione. Un’altra cosa che ci venne in mente in quel momento è che noi tre avevamo molto da dire e nessuna di noi ha mai lavorato nell’ambiente della moda, siamo scrittrici, nessuna di noi ha le competenze accademiche per fare una ricerca, eravamo solo tre donne, una di noi non amava i vestiti, due sì, ma comunque non spendono troppi soldi in vestiti, e questo ci ha portato a riflettere sui vestiti.

Ha aiutato il fatto che ciascuna di noi ha competenze diverse. Heidi ha co-fondato una rivista, The Believer, è un’intervistatrice molto esperta, insegna letteratura alla Columbia University di New York, quindi conosce molti intellettuali e scrittori. Sheila scrive romanzi e da autrice sperimentale si è rivelata un’ ottima intervistatrice con molte idee, e io ero concentrata sulla visuale e su un'idea sana, e questo continuavo a ripeterlo, che noi non dovessimo alienarci l’industria della moda: non volevamo che il libro fosse anti-Vogue, anti-moda, e visto che sono molto legata al mondo del design e mio padre era un disegnatore industriale, volevo che il libro si presentasse come una variazione sul tema fin dal primo impatto, ho cercato di includere diversità il più possibile. Siamo partite col progetto e la linea guida è stata fin da subito ‘Nessuna foto di donne’. Il motivo era legato al modo in cui si ragiona nella nostra cultura e l’ho spiegato in un’intervista giusto qualche minuto fa. Pensi di capire e non capisci. Quindi non volevo le foto delle donne con cui stavamo parlando perché se vedo la foto di una donna che mi è sconosciuta e non posso capire, non riesco a sentirne la voce. Allo stesso modo, se la leggi in prima persona, ‘ho fatto’, ‘ho detto’, ‘ho visto’, scritto bene, vedi le cose dalla prospettiva del personaggio, e questo è il modo in cui la lettura funziona, e noi volevamo proprio che entrasse in funzione quel meccanismo, quindi, ‘nessuna foto di donna’ è stata la nostra prima linea guida.

Poi nel libro le foto ci sono, ma sono mirate a far funzionare la cacofonia delle conversazioni. Nei vari paesi, Inghilterra, America, Olanda, sono stati usati gli stessi tipi di layout con un pattern diverso. Sarebbe bello se lo pubblicassimo in Italia in modo da poter fare un altro pattern ancora. Non somiglia alle altre pubblicazioni fashion: non è grosso, non è patinato. Volevo che trasmettesse letterarietà, volevo che sembrasse qualcosa che si voglia leggere, e pare questo formato piaccia molto agli uomini. Sembra un libro, non una cosa di moda, e quindi gli uomini possono prenderlo e dire: “Hai visto? Questo è un libro che parla di moda e donne”, e le donne rispondere che sì, l’han letto, ed è divertente, appropriato o qualsiasi altra cosa.

Comunque ecco alcune domande con cui abbiamo iniziato. Qual è la conversazione di moda e stile più significativa che avete mai avuto e con chi parlate di vestiti…?

C’è stato un momento in cui il nostro questionario aveva appena 20 domande, ma ci siamo accorti che o le risposte erano scontate oppure le domande eluse. Abbiamo quindi deciso di mischiarle e cambiarle, in modo da non lasciare mai che diventassero domande ridondanti. Abbiamo finito con avere centinaia di domande durante l’anno di lavoro che abbiamo impiegato per comporre il libro – è stato un progetto veloce. Ho stampato delle cartoline da dare alle donne per strada che indossavano qualcosa di interessante. Sheila non è mai riuscita, è troppo timida, e non penso abbiamo mai ricevuto risposte da questa iniziativa, ma è stato interessante provarci. Magari avranno pensato che fossimo religiose o cose simili…è stato anche molto interessante vedere come le persone reagivano nelle situazioni sociali, perché se queste sono domande che si possono fare in quelle occasioni, e va bene se si rivolgono ad un estraneo a cena, perché probabilmente tutti conoscono le risposte; ma un sacco di donne mi hanno detto di aver avuto l’impressione sgradevole di essere state sottoposte ad un’improvvisa seduta di terapia. Ero un po’ distrutta. Sono domande così divertenti da fare!