di Caterina Vasaturo

L’oceano, con i suoi misteri e le sue aree incontaminate, da sempre intriga l’uomo. Il viaggio sulla baleniera condotta dal capitano Achab in Moby Dick e quello nel sottomarino costruito dal comandante Nemo in Ventimila leghe sotto i mari dimostrano quanto il dilemma dell’ignoto e la profondità degli abissi suscitino meraviglia e, al contempo, paura. L’illimitata dimora liquida - che copre il 70 per cento della superficie terrestre - è rimasta per lo più inesplorata. Ma negli ultimi decenni la tecnologia ha offerto un’ampia veduta del paesaggio marino. I sommergibili consentono, infatti, di raggiungere i fondali, e i veicoli autonomi di mappare una geografia sconosciuta agli occhi umani.

“L’innovazione gioca un ruolo di primo piano nella scoperta oceanica”, ha dichiarato Andrew Bowen, direttore del National Deep Submergence Facility presso il Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) nel Massachusetts: “Lo fa da anni e continuerà sulla stessa rotta ancora a lungo”. Tradizionalmente, gli individui hanno scrutato le acque in superficie. Per comprendere cosa si nasconda al di sotto bisogna, invece, scendere parecchio, andare giù di metri e metri. Ci ha provato per la prima volta Alvin, il sottomarino di proprietà della United States Navy, costruito nel 1964. L’ha fatto prima con la ricerca della bomba all’idrogeno persa nel Mediterraneo e poi con l’introduzione nel relitto del Titanic. Trasportando tre persone alla volta (due scienziati e un pilota), e viaggiando dalle sei alle dieci ore, il mezzo navale ha gettato luce su un mondo inviolato.

Lo stesso universo che ha conquistato, nel 2012, il regista James Cameron, il quale ha coraggiosamente raggiunto il Challenger Deep, il punto più inaccessibile dell’intero fondale oceanico terrestre, situato nella fossa delle Marianne. I più esperti scopritori sono, tuttavia, i robot. Si pensi ai sottomarini a comando remoto o ROV, macchine prive di equipaggio, controllate da scienziati a bordo di una nave, tramite un cavo a cinghia. Giasone, ad esempio, è un sistema a due parti: i piloti trasmettono comandi ed energia a un veicolo chiamato Medea, e questo, a sua volta, li inoltra a Giasone, il quale invia dati e video in diretta alla nave. Il ROV è dotato di apparecchi sonar, videocamere e telecamere, e ha bracci manipolatori per raccogliere campioni di roccia, sedimenti o specie vegetali e animali, che riporta in superficie. Anche l’Istituto di ricerca del Monterey Bay Aquarium (MBARI) in California utilizza due ROV simili, Ventana e Doc Ricketts, per esaminare i vulcani sommersi. Un’altra tipologia di robot oceanico è, poi, quella degli AUV, veicoli subacquei autonomi, capaci di navigare a grandi distanze e di raccogliere prove scientifiche senza alcun intervento umano. Proprio come Sentry, che analizza le acque scendendo fino a 19mila 500 piedi, genera mappe dettagliate dell’universo sotterraneo, usando sonar, e fotografa la dorsale oceanica e le regioni dal cui suolo fuoriescono fluidi ricchi di metano e solfuri. Gli AUV valutano, inoltre, le caratteristiche fisiche dell’oceano, dalla temperatura alla salinità fino all’ossigeno disciolto in esso. Ora, gli ingegneri stanno sviluppando veicoli robotizzati ibridi, come il Nereus, e sono pronti a studiare il rilascio di gas a effetto serra nell’Artico canadese. La tecnologia non solo offre i mezzi più idonei a classificare le vaste distese di acqua salata, ma apre anche un incomparabile accesso a frontiere, fino a poco tempo fa, imperscrutabili.