di Chiara Calpini

 

“Mi domando se sia ancora utile parlare di una netta divisione tra il virtuale e il reale, visto che passiamo la maggior parte delle nostre vite davanti a uno schermo”. Quella dell’artista canadese Jon Rafman è una delle tante domande a cui il progetto “Art + Tech” di Boston cerca di rispondere. Negli anni 90 il web entrava nelle nostre vite. Venticinque anni dopo a che punto siamo? Da allora continuiamo a prendere le misure e a tenere il passo con le trasformazioni a cui Internet incessantemente ci spinge. Viviamo in un presente estremo, come definito dallo storico dell’arte Hans-Ulrich Obrist. Le opere d’arte non sono più semplicemente uno specchio in cui riflettersi ma veri e proprio strumenti che possono creare realtà alternative. Come Internet – o piuttosto la Internet Culture – ha influenzato e modificato l’arte, sia nella creazione che nella fruizione? È il momento giusto per voltarsi indietro e riprendere le fila di questa rivoluzione. 

Succede a Boston, la città che ha un importante pedigree tecnologico: qui è nata una delle prime reti Internet, qui è stata spedita la prima mail e sempre qui è stato inventato Facebook.  La Silicon Valley dell’East Coast, come spesso viene considerata, dà vita a “Art + Tech: A Citywide Collaboration,” una interessante riflessione collettiva sull’arte, un esperimento crossmediale e interistituzionale che coinvolge ben quattordici fra organizzazioni,  musei e università del territorio urbano di Boston, tra cui il famoso MIT. Per la prima volta si riflette sulla Rete attraverso una rete – reale, però – dislocata in tutta la città. Il centro del progetto è la mostra “Art in the age of Internet, 1989 to today” in programma all’ICA fino a maggio, e che coinvolge più di 60 artisti nell’esplorazione dell’influenza di Internet sull’arte. “L’esposizione”, afferma Eva Respini, curatrice e motore di tutto il progetto, “guarda a Internet come a un costrutto sociale e politico, come a una lente attraverso cui leggere il nostro presente. Si tratta di una ricerca sulla tecnologia, non necessariamente di un progetto tecnologico di per sé”. 

Nuove idee sul corpo e sulle tecnologie per il potenziamento umano, Internet come luogo sia di sorveglianza che di resistenza, la circolazione e il controllo delle immagini e delle informazioni. Le potenzialità di nuove soggettività, comunità e mondi virtuali. Nuove economie di visibilità determinate dai social media. Questi sono solo alcuni dei temi che attraverso seminari, proiezioni, mostre e esperienze interattive “Art + Tech” farà emergere nelle varie tappe fino alla prossima estate. Si tratta di un ritratto necessariamente incompleto dello stato dell’arte, che aspira a rinnovarsi strada facendo. 

I lavori sono i più disparati. Gli Slumpies, disegnati dall’artista Jill Mayer ed esposti presso la Tufts Art Galleries, sono sculture presentate come mobili funzionali, creati per sostenere il corpo umano mentre interagisce con tablet, cellulari, computer e capaci anche di emettere segnale wifi. Nonostante questo, l’aspetto è volutamente grezzo, quasi naif, perché per contrasto vuole far nascere un pensiero sulla condizione umana contemporanea: siamo evoluti o involuti? La facciata dell’Isabella Stewart Gardner Museum, invece, sarà ricoperta da Untitled, una grande installazione di Judith Barry, ispirata ai flussi migratori. Utilizzando foto scattate dall’alto dai droni, l’artista rappresenta un barcone affollato di persone in una prospettiva inusuale. Su questa immagine appare un dato: “Sfollamento globale: circa 1 persona su 100 nel mondo è sfollata dalla sua casa”. 

 

Non mancano dei tuffi nel passato che recuperano esperienze avvenute ben prima dell’avvento di Internet e che, in qualche modo, già lo presagivano. La mostra al deCordova Sculpture Park and Museum mette in scena le rivoluzionarie mutazioni comunicative e artistiche introdotte dalla televisione negli anni 60, e i suoi rapporti con la cultura visiva introdotta dal crescente dilagare di droghe psichedeliche. Presso il Rose Art Museum l’esposizione ruota intorno a Blueprint for Counter Education, il libro sperimentale che il sociologo Maurice Stein e il suo collaboratore Larry Miller pubblicarono nel 1970.  Pioneristico e acclamato, il volume era in realtà una scatola contenente una serie di poster e di testi che introducevano strumenti per una pedagogia radicale. Le sue classifiche e i suoi diagrammi aperti mappavano un mondo di idee, dall’avanguardia al postmoderno, in una forma che presagiva le modalità dei motori di ricerca, i social media e gli hyperlink di Internet. “Le caratteristiche dell’arte post Internet – come qualcuno la chiama – non sono nuove”, afferma ancora la curatrice Respini. “Molti video artisti e performers già negli anni 60 e 70 sperimentavano con lo spazio immersivo e le multiprospettive. Il progetto vuole stabilire collegamenti storici importanti tra la nuova generazione di artisti e i suoi predecessori”. Perché la tecnologia si evolve, ma l’arte è sempre stata all’avanguardia della sperimentazione.