di Chiara Calpini

“Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello di un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro”. Restituendo la qualità fluida e inafferrabile dell’utopia, così scriveva Italo Calvino ne Le Città Invisibili, il libro del 1972 che gli valse anche il prestigioso Premio Nebula dell’associazione Science Fiction Writers of America come miglior romanzo fantascientifico.

Proprio in quel periodo, all’inizio degli anni 70, negli Stati Uniti si infrangeva - ad un passo dalla sua realizzazione - il sogno luminoso di una metropoli ideale come Fedora. La Città Sperimentale del Minnesota, questo il suo nome, così come era stata concepita dallo scienziato Athelstan Spilhaus, era diversa da qualsiasi progetto precedente. Non si trattava di un insieme delle ultime scoperte nell’architettura e del design riunite per realizzare la città del futuro. Piuttosto era un vero e proprio esperimento in progress. Attraverso l’utilizzo della tecnica e della scienza la città sperimentale avrebbe trovato, strada facendo, le soluzioni migliori per crescere e migliorare, assecondando le necessità del progresso e del benessere collettivo. Al suo interno non ci sarebbero state scuole perché ogni cittadino avrebbe perseguito una formazione e un’istruzione permanente, strutture sotterranee avrebbero assicurato il trasporto e il riciclo dei rifiuti, il  sistema viario principale avrebbe previsto l’utilizzo di mezzi di trasporto su binari senza autisti e, addirittura, un computer in ogni casa avrebbe connesso le persone. Un’idea ante litteram di Internet quando ancora i computer occupavano un’intera stanza  e nessuno poteva lontanamente immaginare le email.

Concepita alla fine degli anni 60, la città sperimentale era pronta ad essere realizzata nel 1973. Una commissione appositamente costituita dal governo del Minnesota aveva individuato un terreno adatto in una sperduta zona rurale per costruire e accogliere i suoi 250.000 abitanti. La città sperimentale sarebbe costata 10 miliardi di dollari provenienti da finanziamenti per l’80% privati e per il 20% pubblici. Ma non fu mai realizzata e ora un documentario ne racconta l’incredibile storia di incontenibile ascesa e di inesorabile fallimento.

Chad Freidrichs, Il regista di “The Experimental City”, ha prima di tutto incontrato sulla sua strada la figura di scienziato a tutto tondo di Spilhaus, nato in Sudafrica nel 1911 e diventato poi cittadino americano, inventore, ricercatore, rettore dell’Istituto di tecnologia dell’Università del Minnesota e grande divulgatore. Sua l’idea del fumetto “Our New Age” che ogni domenica dal 1957 al 1973  spiegava agli americani in modo semplice e illustrato le novità della scienza su più di 90 giornali in tutti gli Stati Uniti. Forse il suo progetto di divulgazione più grande era proprio la Città Sperimentale. Una metropoli senza inquinamento acustico, senza gas venefici e completamente autosufficiente che avrebbe indicato la direzione futura alle città americane le quali, durante gli anni del boom economico, si sviluppavano in modo disordinato e caotico, senza riuscire a fornire i servizi necessari ad una popolazione sempre crescente attirata dall’offerta di lavoro.

Ironia della sorte la città che doveva unire gli uomini venne per prima osteggiata, come ricostruisce il documentario, dagli abitanti della contea di Aitkin, dove era stato individuato il terreno per la costruzione, e dagli ambientalisti che protestavano contro l’aumento di inquinamento che la realizzazione di un centro abitato avrebbe comunque comportato. Il progetto aveva avuto in passato il sostegno degli ingegneri della NASA, dei leader dei diritti civili, dei magnati dei mass media e anche del vice presidente Hubert Humphrey ma, non avendo posato neanche un mattone la sua pianificazione, venne poi definitivamente spazzata via dalla grave recessione economica che irruppe negli anni 70.

In questi tempi in cui da ideale si è passato a smart, il dibattito sulle città rimane vivo e innerva, in una tensione creativa tra forma e desiderio, il ruolo dell’uomo nel futuro. “Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici”, scrive ancora Calvino,”Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati”.