di Valeria Orlando

Prima dell'intelligenza artificiale, le macchine già si sostituivano agli uomini nei lavori più semplici, manuali, ripetitivi e di precisione. È un fenomeno storico, che appartiene all'epoca della prima rivoluzione industriale. E che ha avuto i suoi oppositori, a partire da quei luddisti che – prendendo nome e ispirazione da Ned Ludd – sabotavano e distruggevano gli ultimi ritrovati della tecnologia nelle fabbriche. Un movimento antistorico, ovviamente, ma che aveva la sua ragion d'essere nella preoccupazione per la perdita di competenza e, in definitiva, di utilità da parte del lavoratore umano. Perdita che però, storicamente, non si è mai verificata in maniera così automatica come paventato. Gli uomini, più flessibili e intelligenti delle macchine, si sono sempre adattati, modificando le proprie abilità e interagendo con la tecnologia.

È a partire da questa constatazione che la Universal Robots, società danese leader nel settore della produzione di robot leggeri per uso industriale, ha coniato il termine – e il concetto – di Cobot, ovvero collaborative robot. Il punto è che ci sono lavori che gli umani non riescono a fare meglio delle macchine, ma che le macchine non riescono a fare senza la guida degli umani. La Universal Robots ha clienti in tutto il mondo, soprattutto in India e negli altri paesi asiatici dove la produzione industriale su larga scala è ormai dislocata. Alla Bajaj auto per esempio di braccia meccaniche ne sono impiegate 140.

La presenza dell'uomo può essere indispensabile in varie fasi: quella di 'addestramento', quella di manovra, quella di supervisione, quella di controllo finale. Le fabbriche che usano Cobot riportano una doppia soddisfazione: economica, perché la produzione aumenta e diminuiscono gli errori; e personale da parte degli operai, che si sentono meno alienati, meno risucchiati da un lavoro ripetitivo, nonché psicologicamente gratificati dall'aver imparato cose nuove come guidare e interagire con un ritrovato tecnologico di ultima generazione. Il che poi si riverbera ulteriormente sulla produzione: Aurolab per esempio, che fabbrica lenti per occhi elettronici, denuncia un incremento del 15% annuale. Mentre uno studio del MIT sottolinea come il tempo inutilizzato dei lavoratori si riduce dell'85%.