di Michele Masneri

Il tempo libero è una gran fatica, in Silicon Valley. Intanto non si capisce bene se si lavora molto o pochissimo. Dopo anni di battaglie culturali si è finalmente affermato il paradigma per cui stare molto alla scrivania è da poracci; dunque tutto un lavoro fluido, con grande affollamento dei bar, dove ingegneri e sviluppatori stanno a scrivere dietro il loro Mac, famelici di wifi, e gli uffici deserti. Per chi proprio è costretto, invece, si tratta di perdere almeno un paio d’ore al giorno in autostrada sulle micidiali arterie intasate che da San Francisco vanno giù nella valle.

Generalmente, chi lavora nelle grandi compagnie (Apple e Google in testa) alle cinque stacca, o anche prima, e si precipita in palestre o 'studios' in giro per la città armato di tappetino per l’onnipresente yoga (ma le grandi aziende lo offrono gratis, insieme ai massaggi). Salendo nelle gerarchie e nelle catene alimentari, chiaramente cambiano poi anche gli hobby: il fondatore della società di design più prestigiosa d’America, David Kelley di Ideo (che a Palo Alto ha inventato il primo mouse della storia) è un noto collezionista d’auto d’epoca, nella sua casa con garage disegnata da Ettore Sottsass. In genere i siliconvallici sono collezionisti soprattutto di auto, non comprano arte, un po’ perché non ne capiscono niente un po’ perché non dovendo ricevere non sono interessati ad arredare magioni di rappresentanza.

Meglio investire sul corpo: Sergey Brin, fondatore di Google, è famoso perché ama ogni genere di atletica, sci, trapezio, certi yoga acrobatici rarissimi; mentre il suo socio Larry Page è un noto pigrone. Il numero due di Airbnb Joe Gebbia, laureato in design, è un appassionato di architettura e gira il mondo per saloni del mobile, compreso quello milanese; Mark Zuckerberg ogni anno visita uno Stato d’America (anche se sta accelerando, si dice in vista di una discesa in campo); Elon Musk, fondatore di Tesla, progetta viaggi spaziali, mentre Peter Thiel, il più enigmatico dei boss di Silicon Valley, nel tempo libero si sottopone costantemente a ginnastica, dieta, prelievi del sangue, analisi dei tessuti, continuo monitoraggio dei parametri, per arrivare alla per lui fatidica immortalità.

Per fortuna c’è Jeff Bezos, ormai non solo grande spedizioniere globale con la sua Amazon ma anche droghiere tecnologico-bio dopo l’acquisto di Whole Foods. Lui, soprattutto, dorme. Cinquantatré anni, quinto uomo più ricco del mondo (ma si avvia a diventare velocemente il primo, perché la sua ricchezza cresce a velocità doppia rispetto al capolista Bill Gates), Bezos è capostipite di un plotone di magnati che teorizzano il valore del sonno, nuovo paradigma contrapposto all’arcaico mito del cumenda con la luce sempre accesa. Pure lo startupper seriale e oggi re del venture capital Marc Andreessen, che quando fondò Netscape si vantava come molti qui di dormire tre ore, oggi ha cambiato partito. Adesso, pentito, sostiene che “sette ore e mezzo va bene, sei non va bene, cinque sto male, quattro sono uno zombie”.