di Dario De Marco

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Questo principio base della vita - come pure della non-vita, visto che riguarda anche l'energia e la materia inanimata – è talmente ovvio che a volte lo dimentichiamo. Anzi, diciamo che tutta la civiltà contemporanea è stata costruita sul mito, sulla convinzione che materia ed energia potessero essere prese, usate per creare qualcosa, che viene lasciato lì – e poi riprendere da zero, andando avanti all'infinito. Ma andare avanti all'infinito non si può, appunto: perché l'energia non è illimitata, perché le materie prime non sono un pozzo senza fondo. Sicché questo modello cui abbiamo dato vita, che è un modello lineare, come una freccia che parte da un punto e arriva in un altro, da solo non va bene: e probabilmente va sostituito, o almeno integrato, con un modello circolare.

Se ne sono accorti in molti, anche nelle grandi industrie, anche in quei settori che storicamente non hanno fatto della sensibilità sociale ed ambientale il proprio marchio di fabbrica. Anche nella moda, sì: tanto che cinque grandi brand come H&M, Kering, Loomstate, Eileen Fisher e Zero + Maria Cornejo, hanno di recente aderito al protocollo Cradle to Cradle. Il loro obiettivo è costituire un processo comune per identificare 'mattoni fondamentali' fatti di materiali che in un modo o nell'altro possono essere immessi all'interno di una economia circolare. Fibre, tessuti, finiture e coloranti che siano sani e sicuri dal punto di vista della salute umana e dell'impatto ambientale. Attualmente il Cradle to Cradle production standard elenca 70 materiali certificati che possono essere usati nel campo della moda e dell'abbigliamento.

“Come società”, ha detto Cecilia Stromblad-Brannsten di H&M, “vediamo la necessità di un cambio sistemico nella maniera in cui l'abbigliamento è prodotto e usato. Dobbiamo trovare un modo per inserire nel ciclo produttivo materiali circolari. Ed è un piacere farlo con altre società del nostro stesso settore, che sentono la stessa esigenza”.

L'economia circolare, le cui origini possono farsi risalire agli anni '70 (secondo alcuni anche a un decennio prima), è comunque un concetto su cui solo di recente si sta iniziando a riflettere a livello di massa. La crisi energetica e il riscaldamento globale hanno dato una buona mano, certo, ma comunque quello che è necessario è un cambio di paradigma mentale. L'economia circolare non si può ridurre al concetto di 'riciclare'. Sostanzialmente l'idea è duplice: da un lato ci sono i materiali organici, che vengono dalla natura e alla natura ritornano; l'esempio è quello di una borsa fatta di fibra vegetale, che può essere in linea di principio compostabile, alla stessa stregua di un avanzo di cibo. Circolarità in questo caso significa ritorno alla natura. Dall'altro lato ci sono i materiali prodotti al di fuori di un ciclo per così dire naturale, frutto di un processo industriale o comunque fisico-chimico a forte iniziativa umana: in questo altro caso l'oggetto dev'essere costruito in maniera tale da poter essere trasformato e re-immesso all'interno del sistema, senza ulteriori necessità produttive e quindi senza ulteriori prelievi di energia e materiali dalla natura. Circolarità qui vuol dire ritorno degli stessi oggetti o comunque della stessa materia all'interno di un ciclo tutto umano di produzione e uso – un ciclo che sarebbe meglio restasse il più possibile chiuso. E iniziative come quella descritta, del Fashion Positive PLUS, sembrano andare proprio in questo senso: per il bene dei singoli, delle aziende e del pianeta.