di Caterina Vasaturo

Elettricità, acqua, anidride carbonica e microbi. I quattro elementi non sono elencati casualmente. Sono gli ingredienti di una formula magica, capace di risolvere uno dei più gravi problemi al mondo: quello della fame e della malnutrizione. In molti si chiederanno come mai non si propongano iniziative umanitarie, raccolte fondi, petizioni, azioni di volontariato o, più semplicemente, un’equa ridistribuzione delle risorse alimentari. Ebbene, interventi di questo tipo sono già in atto da qualche tempo, ma rappresentano solo una goccia – di sicuro preziosa – nel mare della necessità, e richiedono l’aiuto diretto e la generosità di un numero consistente di soggetti privati o associazioni, considerata la portata del disagio. Ecco, allora, che ci prova un gruppo di ricercatori finlandesi a offrire il proprio contributo. Servendosi di un bioreattore elettrico, macchina a energia rinnovabile, il team ha creato una combinazione di proteine monocellulari, sufficientemente nutrienti da sostituire un intero pasto. È richiesta soltanto la quaterna d’ingredienti succitati. Il risultato del progetto Food From Electricity, nato dalla collaborazione tra la LUT, Università di Tecnologia di Lappeenranta, e il VTT, Centro di Ricerca Tecnica della Finlandia, è il cibo sintetico. Le materie prime, all’interno dell’apparecchiatura che fornisce un ambiente adeguato alla crescita di organismi biologici, sono trasformate, tramite la reazione chimica dell’elettrolisi, in una polvere speciale, costituita per il 50 per cento da proteine e per il 25 per cento da carboidrati. La texture ottenuta può anche essere modificata, alterando i microbi utilizzati in partenza. Certo, i tempi di produzione sono piuttosto lunghi, a causa dell’attuale dimensione del bioreattore, pari a quella di una tazzina da caffè. Circa due settimane per un grammo di proteine non è un esito pienamente fruttuoso. Ma la prossima tappa, secondo Juha-Pekka Pitkänen, scienziato del VTT, è proprio l’ottimizzazione del sistema. Entro una decina d’anni al massimo sarà perfezionato in primis il reattore e, di conseguenza, migliorerà senza dubbio l’efficienza dell’intero procedimento. Una previsione realistica, calcolando il periodo necessario a raggiungere la giusta capacità commerciale, in termini di legislazione e di progresso tecnologico. Riuscite a immaginare che impatto avrebbero gli alimenti ricavati dall’energia elettrica e dalle altre risorse naturali disponibili? Le potenzialità sono enormi. Si potrebbero sfamare milioni di persone, somministrando fonti di sostentamento in aree non adatte all’agricoltura, zone desertiche e afflitte dalla carestia. Pietanze in polvere, economiche ma ipernutrienti, pronte a salvare chi ne ha più bisogno. Non sono solo le fonti di energia rinnovabile - sole e vento, nello specifico - a determinare l’attivazione del bioreattore: l’impianto funziona anche a prescindere dai fattori ambientali, non richiede una specifica temperatura, un determinato tasso d’umidità o un certo tipo di suolo. Il che significa che potrebbe coprire il fabbisogno calorico giornaliero in modo costante e non variabile. C’è di più. Il dispositivo potrebbe anche rivelarsi un valido strumento di lotta al cambiamento climatico. Dagli allevamenti intensivi proviene, infatti, quasi il 20 per cento delle emissioni globali di gas a effetto serra. Se, però, si limita la richiesta di bestiame e si sostituisce il consumo di carne con il nuovo composto proteico, si farebbe un grande passo in avanti. Lo scenario sarebbe, poi, meno apocalittico, perché, destinando i campi ad altri scopi e non più esclusivamente al pascolo e al mantenimento degli animali, si eliminerebbe l’altro grattacapo dell’agricoltura insostenibile. Trasformare l’elettricità in cibo non sarà un’impresa facile, ma neanche impossibile. Basterà attendere qualche anno. L’intera umanità ne beneficerà.