di Valerio Millefoglie

 

“Sapete gente, per fare una piccola digressione: lo so che sono un po’ nuovo di questo mestiere”, dice Dustin Hoffman in Lenny, film biografico sulla vita del performer americano Lenny Bruce, ambientato nell’America degli anni Sessanta. “Mi sono reso conto che ho commesso uno sbaglio e se per caso ho offeso qualcuno di voi vorrei domandare scusa”, dice agli spettatori che ha maltrattato durante un suo spettacolo di stand-up comedy. “Così, per fare ammenda nei vostri confronti, io credo che vi manderò a quel paese”. Nel suo saggio, “Come parlare sporco e influenzare le persone” Lenny Bruce scriveva: “Non puoi mica scrivere Tette e Culi su un'insegna. Perché no? Ma perché è volgare, è sporco, ecco perché. Le tette sono sporche e volgari? No, non mi prendi in trappola: non son le tette, son le parole. Le parole”. Ed è proprio di parole da non dire ma che vanno dette che racconta il libro di Emma Byrne, ricercatrice di intelligenza artificiale e scrittrice, che ha pubblicato da poco il saggio Swearing is good for you: The Amazing Science of Bad Language. Giurare ti fa bene, così come ti fa bene imprecare: non trattenerti, utilizza un linguaggio poco consono all’occasione. Il testo si fonda su basi scientifiche. Infatti, secondo una serie di studi di neuroscienze, giurare e utilizzare un linguaggio scorretto può avere ripercussioni positive sull’individuo, oltre a donare un effetto retorico più forte e marcato. “All’età di nove anni  - ricorda Emma Byrne - mia madre mi schiaffeggiò perché avevo chiamato mio fratello twat, appellativo volgare dell’organo femminile, invece di twit, stupido. Pensavo fosse solo un modo sciocco di dire twit. Quello schiaffo mi insegnò che alcune parole erano più potenti di altre e che dovevo stare attenta a come le usavo”. Lo spunto per il libro nasce dagli studi dello psicologo comportamentale Richard Stephens, docente della facoltà di psicologia alla Keele University in Gran Bretagna. “Il fulcro del suo lavoro è analizzare il motivo per cui facciamo cose che ci hanno detto farci male”, spiega Emma Bryne. Secondo Stephens il linguaggio scurrile può essere anche uno strumento di persuasione, prima di tutto verso se stessi. Fa l’esempio delle partorienti che urlano ingiurie, o dei ritrovamenti audio nella scatola nera degli aerei precipitati, prova - secondo lo psicologo - che l’ingiuria è la lingua della vita e della morte, cardine quindi delle nostre esistenze. Il giuramento invece, anche questo tema del libro, esiste da quando i primi uomini sulla terra hanno iniziato a comunicare. Alcune pagine del volume della Byrne sembrano il bugiardino medico di un farmaco chiamato Giuramento: riduce il dolore fisico, riduce l'ansia, previene la violenza fisica, aiuta le vittime di un trauma a riacquistare il linguaggio e a promuovere la cooperazione umani. Poi diventa un testo di antropologia raccontando l’importanza dell’ingiuria ai fini storici, dimostrando di avere anche un valore di documentazione sulle diverse culture, sui loro tabù e valori. E ancora, manuale di auto-aiuto per lavoratori, dall’operaio al professionista. “Alcune ricerche - dice l’autrice - dimostrano che giurare può essere utile nel team building. Dalla fabbrica alla sala operatoria, gli scienziati hanno dimostrato come i team che condividono un lessico volgare tendono a lavorare in modo più efficace insieme, si sentono più vicini e sono più produttivi di quelli che non lo fanno. Inoltre, pare, faccia battere più forte il cuore”. Con i suoi colleghi della City University di Londra, Emma Byrne ha condotto uno studio sugli appassionati di calcio e sull’uso delle parolacce durante la visione delle partite. “I tifosi giurano e riservano le loro esplosioni di ira verso i giocatori della propria squadra e non verso gli avversari”. Poi, quasi citando un monologo di Lenny Bruce, parla di come i media si concentrino più sulle parole che sul loro reale significato. "Uno dei pericoli della nostra risposta emotiva a un linguaggio forte è che spesso prestiamo più attenzione al tono che al contenuto”. E qui, ci torna in soccorso Lenny Bruce quando in un suo spettacolo chiede se fra il pubblico c’è “un negro”. E poi aggiunge che “è la repressione di una parola quella che le dà violenza, forza, malvagità. Se il presidente Kennedy apparisse in televisione e dicesse Vorrei farvi conoscere tutti i negri del mio Gabinetto e se continuasse a dire la stessa parola finché questa non significhi niente, mai più, allora non vedreste più piangere un bambino di colore di sei anni perché qualcuno a scuola lo ha chiamato in quel modo”.