di Enrico Pitzianti

 

Immaginate degli studenti con archi e frecce tra le mani, qualcuno con addirittura delle asce di pietra. No, non è l’ennesima festa medievale organizzata in qualche borgo della vecchia Europa, ma una lezione del professor Clark Erickson, professore associato di antropologia all’Università della Pennsylvania. Convinto che l’insegnamento della storia sia troppo slegato dall’esperienza umana e sbilanciato a favore dello studio e della musealizzazione degli oggetti che abbiamo ereditato dal passato, Erickson svolge in questa modalità le sue lezioni.

Ma quegli oggetti, quelle case e quegli utensili erano, come accade anche oggi d’altronde, una proiezione delle necessità, dei bisogni e delle attività umane. Erickson vorrebbe riportare al centro del discorso storico gli aspetti legati all’uomo per poter inserire un punto di vista, creare empatia e immedesimazione negli studiosi, negli studenti e in chiunque venga a contatto con le informazioni sul passato. Per questo il professore di casa a Filadelfia è anche curatore della sezione americana del Penn Museum, dove ha progettato mostre che includono oggetti moderni accanto ai reperti dei nativi americani, combinando tutto persino con opere e idee di artisti contemporanei.

Erickson ha ragione: nella maggior parte delle rappresentazioni delle civiltà passate non abbiamo un contesto umano in evidenza che possa aiutarci a capirne le dinamiche sociali: spesso osserviamo immagini di templi e architetture ricostruite in computer grafica, che per quanto precise visivamente, risultano essere decisamente sterili. E lo stesso discorso vale per le esposizioni museali, dove gli oggetti esposti sono protetti da teche e spazi vuoti in modo da farne risaltare l’unicità, l’esatto opposto di un inserimento nel contesto reale in cui quegli oggetti sono stati utilizzati per anni. Come se si volesse elevare a capolavoro qualsiasi elemento musealizzabile, a scapito dell’autenticità e della possibilità di comprenderne la vera natura. "Gli archeologi imparano a conoscere i popoli del passato attraverso i loro oggetti, quindi a volte succede che gli oggetti diventano più importanti delle persone che li usavano", dice il professore. E aggiunge: “io ho deciso, per quanto possibile, di fare l’esatto opposto".

Il lavoro di Erickson ha sempre puntato sull’empatia dei lettori e degli studenti. Da studioso delle società agricole precolombiane in Perù e Bolivia, ha scritto tre libri e decine di articoli, ciascuno illustrato con disegni e dipinti prodotti dal suo collega, e artista, Dan Brinkmeier. Uno dei suoi ultimi progetti si intitola “The Pre-Columbian Hydraulic Landscape of Baures, Bolivia” un mondo virtuale creato in collaborazione con i suoi studenti, una serie di riproduzioni tridimensionali di reperti storici che presto diventeranno parte di un mondo virtuale completo, visitabile e capace di mostrare la vita quotidiana dell’epoca precolombiana comprese le abitudini e il contesto culturale di chi la visse. Per Erickson è importante capire la storia in prima persona, inserendo un punto di vista che serva da guida per osservare la vita di chi ci ha preceduto. Per farlo serve necessariamente tenere in considerazione l’impatto dell’uomo sulla Terra, le tracce che lascia oggi e che, innegabilmente, ha cominciato a lasciare anche in passato. Secondo il professore, "solamente andando oltre i miti della natura incontaminata come entità pura e nobile - ma anche oltre la convinzione che la maggior parte delle attività umane influenzino negativamente l'ambiente naturale - si può apprezzare la creatività umana, le conoscenze che sono state impiegate dall’uomo per addomesticare i paesaggi e i territori".

Capire il contesto sociale che si studia, per il professore americano, è innanzitutto un’urgenza personale: ha vissuto a fianco degli agricoltori delle comunità della Bolivia, che sostiene lo abbiano aiutato a ideare analogie tra il presente e il passato, a sapere cosa è cambiato durante i secoli. Ma ha trascorso anche tre anni e mezzo nelle Highlands peruviane, vicino al lago Titicaca, lavorando con la popolazione locale dei Quechua per creare campi coltivati in cui piantare, coltivare e raccogliere vegetali. Quel progetto cominciò anche a ricevere sostegno dal governo del Perù e addirittura interesse da parte delle Nazioni Unite, dall’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale e dalle ong locali. Tutto poi, a dirla tutta, scomparve, a causa della violenza di un gruppo armato comunista e della risposta del governo peruviano. L’idea però si dimostrò ottima: usare i campi rialzati, una tecnica tradizionale piuttosto particolare, utile a coltivare in località montuose e impervie. Grazie a quel progetto, oltre a sperimentare dal punto di vista storico come si coltivava in quella parte di America in epoca precolombiana, si riuscì addirittura a sviluppare un progetto sostenibile funzionante che ha contribuito a diffondere su grande scala conoscenze e know-how tra le popolazioni locali che hanno potuto testare come alcuni interventi sul territorio possono essere sia sostenibili che convenienti economicamente.

L’aspetto interessante dell’approcciare la storia e l’archeologia con questi metodi è che l’esperienza porta empatia, ma l’empatia a sua volta porta a una conoscenza più approfondita. In una delle classi del professor Erickson, per esempio, gli alunni impegnati nelle rappresentazioni tridimensionali da inserire nel mondo virtuale si esprimono in modo molto critico riguardo le rappresentazioni passate di quelle stesse popolazioni. Secondo gli studenti, infatti, molte delle rappresentazioni passate sono colpevoli di stereotipi e pregiudizi fondati su credenze sbagliate, su idee prive di fondamento e provenienti da preconcetti razzisti o classisti. Grazie all’esperienza supportata dalla tecnologia quelle idee possono essere finalmente sfatate. Il metodo di Erickson viene da uno studio pensato in modo molto dettagliato: gli studenti, per esempio, non utilizzano la scansione 3D per ricreare le versioni digitali dei reperti, al contrario devono studiare ogni dettaglio dell'oggetto per capire come costruire il modello 3D da zero, un processo mentale molto simile a quello in cui l'oggetto è stato originariamente messo insieme. Proprio per questo gli studenti sono costantemente impegnati anche a fare ricerche in biblioteca su oggetti specifici e su come siano stati prodotti e utilizzati all'interno delle culture amazzoniche nel corso della storia.

L’esperienza in prima persona, possibile oggi grazie alla tecnologia e ad approcci come quello di Erickson, spazza via il pregiudizio perché qualsiasi idea o teoria, se vissuta in prima persona, viene compresa meglio grazie all’empatia.

Justin Reamer, uno studente parte del progetto coordinato da Erickson, dice: "Clark sta usando il mondo virtuale per raggiungere le comunità della Bolivia e ottenere i loro feedback. Questo può essere un modo per iniziare uno scambio con il pubblico e per farlo interessare all’archeologia. Quando riesci a dare un’idea di come venivano vissuti quei siti archeologici, puoi coinvolgere davvero chiunque".