di Gianluigi Ricuperati

 

Il primo suono del Ventunesimo secolo è stata la voce del Dna. Nel 2001, una manciata di mesi dopo che Craig Venter annunciò di essere riuscito a terminare la lettura del genoma umano, usciva Kid A, album dei Radiohead, potente manifesto di musica non-notazionale e insieme coltissima. La traccia eponima ospitava una specie di lamento umano, poco meno che umano, infantile, ma di una elementare infanzia della materia, una distorsione timbrica che poteva sembrare il canto di un feto in rapida formazione: o l’ondulante impronta vocale di un filamento di acido desossiribonucleico. Negli stessi anni, forse leggendo le notizie sulle fondamentali scoperte dei genetisti, forse ascoltando la voce inquietante del primo bimbo nella canzone del gruppo britannico, un cittadino canadese chiamato Christian Bok ha concepito un’idea abbastanza sconvolgente: ricombinare i geni umani per fare poesia, magari da mettere in musica.

Il progetto si chiama Xenotest: nel DNA ci sono quattro tipi di nucleotidi, composti alternativamente da adenina, citosina, guanina e tiamina, comunemente rappresentate con le quattro lettere A, C, G e T. Per ciascuna lettera dell’alfabeto Bok ha immaginato una ‘tripletta’ di nucleotidi, così che alla lettera ‘E’ corrisponda la combinazione A-C-G, alla ‘F’ la combinazione G-T-C, e così via. Ecco che l’intero alfabeto umano è incorporato in sequenze esistenti di materiale genetico. L’idea di Bok è che impiantando nel batterio una serie di versi sotto forma di una data sequenza genica, capace di causare in ‘risposta’ la codifica di una proteina, quest’ultima costituirebbe una poesia a sua volta: gli aminoacidi, di cui è fatta la proteina, sono a loro volta divisibili in triplette di nucleotidi, cui il poeta ha arbitrariamente conferito un senso compiuto. Si tratta dunque di due poesie che si generano vicendevolmente, vincolate da rigorosi legami chimici e verbali, dentro un organismo vivente.

Sarebbe troppo lungo spiegare le modalità di computazione linguistica che Bok ha progettato di utilizzare per far sì che ad ogni ping corrisponda un pong dotato di senso lirico compiuto. La strada è accidentata e lunga, e non è detto che l’intento produca risultati memorabili – così memorabili da estendersi oltre ogni nostra ipotesi di futuro, per milioni e milioni di anni. Bok è un artista concettuale. Quel che conta è l’idea: o meglio, l’azzardo peculiare cui ha sottoposto un filone già esistente di tentativi (la cosiddetta arte transgenica, come quella praticata da Eduardo Kac, che aveva impiantato un estratto dal Libro della Genesi nel codice genetico di un batterio di Escherichia coli). Così, a pensarci bene, con un’arbitraria ma geniale convenzione tra suoni, parole e segni, è nata anche la notazione musicale. E cosa rappresentano i suoni della voce umana, se non il più sublime risultato ottenuto dai nostri geni al lavoro?