di Ilaria Calamandrei

Non sono molti gli eventi dedicati esclusivamente alla moda africana in Europa: la Fashion Africa Conference, nata nel 2013 da un’idea dell’imprenditrice designer, ex Puma e Russel Athletic, Jacqueline Shaw, non è solo un evento per addetti o appassionati di esotico, ma il segnale di un’industria in crescita da tenere sott’occhio. L’edizione del maggio 2017, a tema ‘Il futuro della moda africana’ ha toccato molte questioni sensibili dell’orizzonte contemporaneo: come la necessità impellente di ridurre i costi del lavoro sostituibile con la digitalizzazione, per elevare e proteggere sempre di più la produzione del lavoro artigianale restando competitivi sul mercato.

La Shaw, che ha anche pubblicato un libro sulla moda e l’industria tessile africana nel 2011, ha dichiarato: “L’artigianato è il secondo più grande settore in via di sviluppo e nei prossimi cinque anni l’industria tessile in Africa potrebbe generare fino a 15 miliardi di dollari, stando alle previsioni della Banca Africana. L’intero settore tessile nel continente vale più di 31 miliardi e rappresenta la seconda principale fonte di reddito dopo l’agricoltura. Un vecchio adagio recitava che l’Africa avrebbe dovuto risollevarsi non grazie alla carità ma attraverso investimenti e commercio. Questo è il momento di investire e la moda è il settore in cui investire per lo sviluppo africano.”

Le affermazioni di Jacqueline Shaw trovano riscontro nelle storie di diversi brand africani di successo che negli ultimi anni hanno acquisito prestigio e aumentato esponenzialmente il proprio fatturato. Aziende come l’e-commerce Sapelle – un fashion outlet africano di moda e design – o OKUN Beachwear – marchio che negli ultimi cinque anni ha guadagnato le vetrine dei megastore Browns e Matches a Londra e quelle delle Galeries Lafayettes a Parigi. Il coordinatore Onu Simone Cipriani, fondatore dell’Ethical Fashion Initiative, ha evidenziato quanto il ruolo dell’Africa, in una società che attraversa una rivoluzione tecnologica come la nostra, sia fondamentale: “L’Africa è un vero e proprio laboratorio di soluzioni creative, perché gestire un’azienda in Africa comporta necessariamente una sfida continua contro l’inefficienza. Io credo molto nell’Africa e nell’opportunità che la moda possa generare efficienza e dare alle persone lavoro e la dignità che deriva dal lavoro”.

Ma le discussioni non si sono fermate a produzione, sviluppo e benefici: il dibattito ha coinvolto la presenza sul web, il ruolo che il giornalismo, il blogging e i media digitali hanno nella diffusione di un contenuto aggiornato e al passo con i tempi, che descriva la nuova Africa nella moda e quindi della necessità di creare una rete di uffici stampa su territorio africano. Infine i due giorni di dibattiti si sono conclusi con una mostra sulla storia dei marchi africani di successo. In particolare, il racconto della nascita di Gitas Portal, impresa fondata a Londra da un immigrato della Sierra Leone, e un documentario sulle donne imprenditrici in Uganda. Più che di futuro della moda africana possiamo parlare di moda come futuro dell’Africa.