di Jacopo Cirillo

 

Sono passati ormai vent’anni. Vent’anni durante i quali Larry Silverberg, il suo collega Chau Tran e i ricercatori della North Carolina State University hanno sviluppato un software per simulare le traiettorie dei palloni da basket dalla mano del tiratore verso il canestro, usando concetti di fisica e balistica. Il loro scopo? Definire il tiro libero perfetto, isolarne il movimento e insegnarlo agli atleti.

Ma facciamo un passo indietro. Grazie alla NBA (National Basket Association), la pallacanestro è ormai diventata uno sport globale, seguita da tifosi e appassionati di tutto il mondo. La grandezza di questo gioco si fonda essenzialmente sullo scarto tra due concetti antitetici: il sistema e l’imprevedibilità. Ogni allenatore, infatti, ha una precisa idea di basket che cerca di trasmettere alla sua squadra, un sistema in cui i ruoli e i movimenti in campo – dunque la “posizione” – diventano più importante dei giocatori che li interpretano. Non è un caso, soprattutto nel basket degli ultimi dieci anni (dai Phoenix Suns di Mike D’Antoni dei seven seconds or less ai Golden State Warriors di Steve Kerr), che molti giocatori “normali” riescano a rendere molto più del loro talento proprio perché inseriti in un contesto che ne magnifica le qualità, nascondendone i difetti.

L’idea di sistema, allora, cerca di imbrigliare l’imprevedibilità connaturata al gioco stesso; in fondo, la pallacanestro si gioca con una palla rotonda, e gli atleti possono sempre avere una serata storta, un infortunio, un calo di concentrazione e mentalità. Ed è proprio la continua ricerca del controllo di una dinamica essenzialmente incontrollabile che rende il basket uno spettacolo unico al mondo.

In tutto questo, la tecnologia ricopre un ruolo fondamentale per irreggimentare il più possibile il flusso delle partite e calcolare le probabilità oggettive di vittoria. È ovviamente impossibile riuscirci fino in fondo – si cancellerebbe tutta la bellezza dello sport – ma è ormai ritenuto importantissimo cercare di avvicinarcisi sempre di più. E uno degli aspetti del gioco che rappresentano al meglio questa continua dialettica è proprio il tiro libero, l’unico momento all’interno di una partita in cui un giocatore, smarcato e con tutto il tempo a disposizione, può concentrarsi per segnare dalla cosiddetta linea della carità. Partite, serie di playoff e interi campionati sono stati vinti o persi proprio a causa dei tiri liberi, dove la tecnica viene spesso sopraffatta dall’emotività, dalla tensione e, neppur paradossalmente, dal troppo tempo a disposizione per prendere la mira.

Torniamo allora al lavoro che stanno portando avanti i ricercatori di North Carolina. Sostanzialmente, da un punto di vista matematico, il basket è un gioco di traiettorie e il tiro libero ne è la combinazione: l’arco del pallone verso il canestro non subisce modifiche sostanziali nel suo percorso in aria, mentre cambia completamente comportamento non appena tocca il ferro o il tabellone, carezzando dolcemente la retina o schizzando via, come impazzito. Le variabili, dunque, diventano moltissime, sull’ordine del milione, ed è proprio qui che inizia il loro minuziosissimo approccio tecnologico. Ogni aspetto del meccanismo di tiro, infatti, viene analizzato, sistematizzato, computerizzato e ripetuto all’infinito, per individuare pattern ricorrenti. Si inizia, ovviamente, dall’istante in cui la palla viene lanciata dal giocatore, scomponendo il movimento in ogni sua parte: altezza da terra, velocità di rilascio, angolo di rilascio e, più di tutto, la rotazione con effetto all’indietro, o backspin. Dopo molte simulazioni, Silverberg e soci hanno scoperto che la quantità ideale di backspin è di 3 hertz, dunque tre rivoluzioni complete della palla dalla mano al canestro. Assumendo poi che il giocatore lanci la palla da un’altezza media di sette piedi (213 cm), un buon angolo di rilascio risulta di 52 gradi. La velocità di rilascio, invece, è molto più difficile da isolare e calcolare, perché si fonda esclusivamente sulla memoria muscolare dell’atleta, che ha provato e riprovato lo stesso movimento in palestra per anni.

Potremmo continuare a lungo, ma ormai il concetto è chiaro: il mastodontico lavoro dei ricercatori di NC State e l’accuratissimo software progettato in anni di studio, ha permesso di stilare una serie di regole e accorgimenti per raggiungere, almeno asintoticamente, la perfezione del tiro libero: mirare leggermente dietro al centro del cerchio del canestro, tirare la palla da più in alto possibile e con un angolo di rilascio superiore ai 45 gradi, con un movimento armonico e continuo per imprimere forza e velocità alla palla, che deve compiere tre rivoluzioni complete attorno al proprio asse.

Troppo difficile pensare a tutte queste cose mentre si gioca? Forse sì, forse il tentativo di Silverberg è semplicemente un esercizio di ingegneria inversa che cerca di standardizzare movimenti e concetti già introiettati dai giocatori fin dai loro primi tentativi al campetto dietro casa. Tuttavia le possibilità tecnologiche sviluppate in questi ultimi anni, tra cui la realtà virtuale, sembrano guidarci verso un futuro prossimo che cambierà per sempre – e nessuno può ancora dire se in meglio – l’approccio allo sport, agli allenamenti e alla formazione di un atleta.