di Gianluigi Ricuperati

 

Le persone più interessanti del futuro delle nostre città globali e digitali sono sempre di più indefinibili: molteplici anime, molteplici identità, molteplici indirizzi professionali e intellettuali.

Un esempio perfetto è Ute Meta Bauer, cinquantottenne tedesca che ha diretto in passato la più importante manifestazione d’arte globale, Documenta, oltre ad aver curato una quantità di mostre, cataloghi, ricerche, volumi, incontri e conferenze in giro per il globo. Ora dirige il CCA di Singapore, un’istituzione dedicata agli incroci disciplinari fra arte, tecnologia e architettura: negli ultimi sette anni ha insegnato l’arte e l’umanesimo ai giovani inventori, ingegneri, scienziati, che si iscrivono al Massachusetts Institute of Technology di Boston, e per un anno è stata la Dean della School of Fine Arts del Royal College of Arts di Londra. Ha diretto per tre anni, dopo averlo fondato, l’Art & Culture Program del M.I.T., che “enfatizza gli approcci transdisciplinari e la sperimentazione nei nuovi media e in quelli tradizionali”.

Ute Meta Bauer vive tra l’Europa e Singapore: un discorso con lei non è mai incentrato su un unico argomento, ma racchiude in sé possibilità di ramificazione universali e addirittura stancanti: come diceva Italo Calvino a proposito de La rovina di Kasch di Roberto Calasso: “il primo argomento di questo libro è Talleyrand. Il secondo, tutto il resto”.

Ute s’interessa delle bizzarre performance di Emilio Prini, artista indimenticabile dell’Arte Povera, e subito dopo del grande romanzo neuro-narrativo di Richard Powers, Il fabbricante di eco; poi passa ai taccuini con le raccomandazioni ai giovani registi di Robert Bresson, l’ispiratore mistico e cattolico della Nouvelle Vague, e ancora parla delle rotte sottomarine, della durata di un’istituzione culturale, del rapporto fra la produzione di conoscenza e l’utilizzo dei social media. “Ecco, una domanda che ci si pone in ambiente universitario, ma anche in tanti altri, è come sfruttare e utilizzare queste nuove forme di produzione e di distribuzione di informazione e di conoscenza, e anche come sfruttare le nuove reti sociali. La domanda è anche quale approccio seguire in tutti i settori delle discipline culturali, come possiamo collaborare, come possiamo trovare accordo ma anche come possiamo essere in disaccordo per vivere in questa nuova dimensione sociale”.

Negli anni scorsi un gruppo di curatori e scienziati s’incontrava di tanto in tanto per fare il punto sulle rispettive discipline e per istituire un dialogo fruttuoso e sensato, prendendo ispirazione dal significativo slogan Bridge the Gap, colma la distanza. Ute Meta Bauer non è uno scienziato e non è una curatrice; non è un insegnante e non è una filosofa. I veri eroi della mente, oggi, si affaticano lungo la strada che porterà a capire se le discipline possono davvero parlarsi, e questa è l’ennesima utopia necessaria di un processo fatto interamente di utopie necessarie. Il futuro, per persone come Ute Meta Bauer, ha la qualità di una biblioteca tutta da inventare.